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Immagine residua

· ​L’ultimo film di Andrzej Wajda ·

Andrzej Wajda è scomparso lo scorso 9 ottobre, ma al pubblico resta ancora una preziosa coda della sua filmografia: Powidoki, cronaca degli ultimi, difficili giorni del pittore avanguardista polacco Władysław Strzemiński (interpretato da Bogusław Linda), artista che fu ostracizzato dal regime staliniano per le sue opere e le sue teorie sull’immagine, troppo lontane dai dettami del realismo sovietico. Escluso dall’associazione degli artisti, non poté più insegnare ai suoi devoti studenti e, di fatto, nemmeno dipingere. Ridotto in miseria, si vide costretto a sfruttare le proprie disabilità motorie per ottenere un umile impiego come decoratore di manifesti per il regime, ma presto gli venne proibito anche quello. Finché, malato di tubercolosi, non morì in quasi completa solitudine, sostenuto soltanto dall’affetto della figlioletta e di pochi altri.

A tre anni appena dal precedente, stranamente convenzionale Walesa — L’uomo della speranza, Wajda ha ritrovato la giusta ispirazione con il racconto della vita del suo pittore preferito. E il contrasto fra questi ultimi due risultati è emblematico dell’opera del regista. Dello sguardo che aveva sulla storia, non tanto rivolto agli eventi in sé, quanto alle conseguenze che questi producono sulle persone.
Un’idea significativamente analoga a ciò che esprime il termine del titolo di questo film, che nella sua versione internazionale è Afterimage, ovvero — nelle parole dello stesso Strzemiński — l’immagine che rimane negli occhi subito dopo che si distoglie lo sguardo da qualcosa. E il cinema di Wajda trova la sua dimensione ideale proprio in quell’intervallo apparentemente infinitesimale e invece abissale che c’è fra gli accadimenti storici e i loro effetti. In senso lato, ma anche più profondo, fra le intenzioni umane e ciò che concretamente queste generano. Concetto che quanto mai si attaglia alle ideologie che hanno dominato l’Europa nel secolo scorso. Una volta imperniata la propria poetica su questa lucida analisi, Wajda non deve fare poi molto altro per confezionare un film significativo.
Consapevole di ciò, si attiene a un piano intimista, gira in modo molto pacato anche se nient’affatto senile, non allarga più di tanto la visuale semplicemente perché in questo caso non ce n’è bisogno. La storia e le sue aberrazioni sono già in ogni gesto del protagonista. Di cui il regista, peraltro, non vuole fare né un santo (lasciando intuire quanto possa aver fatto soffrire la moglie morta prematuramente) né un eroe, ovvero un oppositore particolarmente acerrimo del regime (rendendo conto anche di opere con cui spontaneamente denunciava, viceversa, i soprusi del colonialismo occidentale).
Per quello che è purtroppo il suo testamento, il regista polacco, cantore di antieroi che si ritrovano loro malgrado fra i gangli inesorabili della storia, non poteva che scegliere un artista come lui. Confessando così, neanche troppo ermeticamente, di essersi sentito spesso nella stessa situazione.

di Emilio Ranzato

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22 febbraio 2018

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