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Organizzare la carità
in Africa

· A Dakar incontro sul ruolo dei vescovi ·

Dakar, 22. «Negli ultimi anni, tutte le Caritas africane hanno affrontato quello che definiremo un problema di “visione”, perché finora la Caritas è stata concepita soltanto come l’istituzione che in caso di difficoltà o disastri distribuisce fondi provenienti dall’esterno. La Caritas non è stata percepita principalmente come un’organizzazione di una Chiesa che identifica i propri bisogni, mobilita i fondi dalle proprie strutture e si sviluppa e crea così istituzioni che possano intervenire in tempo». Monsignor Anani Nicodème Yves Barrigaha-Bénissan, vescovo di Atakpamé e presidente di Caritas Togo, spiega così la necessità di un deciso cambio di passo nella gestione delle attività caritative della comunità ecclesiale nel continente africano. Un cambiamento di «visione», appunto, emerso nel corso dei lavori dell’incontro dei vescovi africani sull’impegno Caritas.

«Organizzare il servizio della carità in Africa: il ruolo dei vescovi» è stato il tema dell’appuntamento continentale — il secondo dopo quello che si era tenuto a Kinshasa nel novembre 2012 — che per quattro giorni, da lunedì 18 a giovedì 21, ha riunito a Dakar, capitale del Senegal, circa 200 delegati, di cui 100 tra cardinali, arcivescovi e vescovi. Tra questi, il cardinale Peter Kodwo Appiah Turkson, prefetto del Dicastero per il servizio dello sviluppo umano integrale, il cardinale Luis Antonio G. Tagle, arcivescovo di Manila e presidente di Caritas Internationalis, l’arcivescovo Gabriel Mbilingi, presidente del Simposio delle conferenze episcopali di Africa e Madagascar e l’arcivescovo Gabriel Justice Yaw Anokye, presidente di Caritas Africa.
Al centro dei lavori la dimensione dimensione sociale dell’evangelizzazione in un campo d’azione sterminato come quello africano. Le organizzazioni collegate con Caritas Africa impiegano nella loro opera oltre 38.000 persone, supportate dal lavoro di quasi mezzo milione di volontari. Nella sola Africa subsahariana, attraverso azioni di soccorso e di sviluppo, vengono raggiunte oltre 73 milioni di persone, con un impegno economico pari a più di 182 milioni di euro.
Uno sforzo tutt’altro che irrilevante, dunque, che tuttavia, è stato sottolineato, necessita di un profondo ripensamento. «Quando facciamo affidamento esclusivamente all’esterno, e i nostri partner non sono più disposti a finanziarci — spiega a margine dei lavori monsignor Barrigaha-Benissan, in una intervista diffusa dal sito in rete di Caritas Senegal — allora le strutture messe in atto invece di essere un aiuto diventano un peso. Questa è una difficoltà incontrata da tutte le Caritas. Ecco perché sto parlando di una nuova visione». In che cosa consiste questo cambiamento? Innanzitutto, osserva il presule, occorre «sensibilizzare i fedeli in modo che sappiano fin d’ora che la carità non parte da altri paesi, ma è basata su noi stessi, il che significa che la Caritas deve essere istituita a livello di tutte le parrocchie in modo che tutti i fedeli sappiano che devono partecipare. È dunque una questione di sensibilizzazione, cambiamento della nostra visione, mobilitazione di fondi, individuazione delle esigenze specifiche e rafforzamento di questa istituzione».

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