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Immaginazione al potere (spirituale)

· La chiesa del Gesù ·

I monumenti dell'arte sacra oltre che preziosi luoghi di culto possono essere valorizzati come moderne agenzie comunicative. È questa l'intuizione che la Compagnia di Gesù ebbe ormai cinque secoli orsono nel progettare e realizzare le proprie chiese, a partire dalla celebre basilica del Gesù di Roma.

Un accurato studio del gesuita Jean-Paul Hernández ne ha esplorato le dimensioni nel suo Il corpo del nome. Lo spirito e i simboli della Chiesa madre dei gesuiti (Bologna, Pardes, 2010, pagine 164, euro 18).

Il contesto di allora e quello di oggi presentano sorprendenti analogie. La stagione apertasi dopo il concilio di Trento è stata segnata dall'urgenza dell'evangelizzazione e della catechesi per contrastare il diffondersi della riforma protestante. Così come oggi la diffusa secolarizzazione rende urgente un'altrettanto incisiva opera di annuncio e formazione. La sapienza dei gesuiti è stata quella di coinvolgere tutti i sensi dell'uomo al servizio della comunicazione della fede.

In particolare, come mostra il ricco progetto iconografico del Gesù di Roma, viene dato risalto all'immaginazione. Per questo, a giudizio dell'autore, «mentre molte tradizioni spirituali “demonizzano” l'immaginazione come fonte di distrazioni e di tentazioni, sant'Ignazio ne fa uno strumento privilegiato dell'incontro con Dio. La fantasia, la capacità di immaginare, sono state create da Dio e dunque sono un dono, un bene.

Certo, come ogni bene, si possono usare per il male. Ma la vita spirituale consisterà appunto nell'usare questi doni per il bene, per l'incontro con Dio. Sant'Ignazio aveva  capito  che  l'immagine  tocca degli strati molto profondi della nostra  psiche. Evangelizzare la sfera della  nostra  immaginazione è una evangelizzazione del profondo» (p. 53).

In un mondo come il nostro, segnato da un vero e proprio inquinamento interiore, determinato dalla pervasività dei mezzi di comunicazione di massa, l'intuizione ignaziana di recuperare proprio l'immaginazione come strumento di evangelizzazione è senz'altro profetica.

E non si tratta solo di vedere, ma anche di ascoltare.

La particolare configurazione ad aula del Gesù «è una scelta di campo, nel contesto teologico dell'epoca, per rimettere al primo posto la Parola e la predicazione» (p. 73). Si dipana così il filo rosso che collega le chiese degli ordini mendicanti del Due-Trecento, in particolare quelle domenicane del sud della Francia, in lotta contro l'eresia albigese, con quelle dei gesuiti del Cinquecento. Entrambe vere e proprie églises de la Parole come le ha definite lo studioso Émile Mâle.

Allora come oggi è viva la persuasione che la Chiesa nasce attorno alla Parola che la convoca, come afferma Hernández: «Per i primi gesuiti il rinnovamento della Chiesa, passa necessariamente attraverso una riscoperta dell'annuncio del Vangelo. E questo non solo perché il Vangelo è uno strumento privilegiato o particolarmente efficace, ma perché l'essenza stessa della Chiesa è quella di essere formata dalla Parola. L' ek-klèsia , da ek (da) e kalèo (chiamare), è l'assemblea dei “chiamati”; chiamati dalla Parola, radunati dalla Buona Notizia».

Nell'annuncio della Parola si «crea» la Chiesa, così come «dalla Parola del Signore furono fatti i cieli» ( Salmi , 33, 6) (p. 73). La Chiesa come comunità e come edificio diventano allora un luogo ove poter riattingere le sorgenti della propria fede, attraverso il dispiegarsi di quella che don Guido Benzi, nella prefazione al testo, ha definito come una «grammatica interiore che abilita a riconoscere, in un gioiello della cultura religiosa rinascimentale e barocca, tutta una serie di temi e di risonanze, che invitano l'animo all'avventura spirituale e pongono interrogativi sulla fede» (p. 13).

La chiesa è anche uno spazio entro cui entrare e in cui poter svolgere un vero pellegrinaggio. È questa dimensione che i due architetti che hanno progettato il Gesù, il Vignola e il Tristano, hanno riproposto ricongiungendosi alle più antiche tradizioni paleocristiane.

Il tempio cristiano è concepito come un percorso che va dalla facciata all'abside, dall'occidente all'oriente, luogo ove sorge il sole, simbolo efficace della venuta del redentore. Chi entra nella chiesa compie allora un percorso dalle tenebre, l'occidente, alla luce.

Percorrendo la basilica però si può fare un' altra esperienza spaziale e spirituale nello stesso tempo. Nel camminare verso la luce ci si può accorgere del fatto che è la luce stessa che si è messa in cammino verso di noi, prima di noi. Non a caso la rappresentazione della circoncisione di Gesù che troviamo nella chiesa romana era stata pensata originariamente proprio per l'altar maggiore dell'abside, a sottolineare l'ingresso di Dio nella storia dell'uomo. Il percorso di incontro tra Dio e l'uomo nella Chiesa del Gesù è scandito da sette tappe simboliche: «Sette sono le sezioni o campate che scandiscono l'asse longitudinale della chiesa madre dei gesuiti (se si conta anche l'abside). Sette come le lampade dell'Apocalisse che portano la rivelazione. Sette come i rami della Menorah ebraica che si situa prima del velo del Tempio. Ma sette soprattutto come i giorni della creazione. Il percorso spirituale è allora un' illuminazione e una nuova creazione. E la liturgia eucaristica ne è la sua festa. Le sette campate del Gesù “impiantano” una dinamica di Nuova Creazione nel cuore di una città stanca, delusa e decadente» (p. 81).

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08 dicembre 2019

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