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Immaginare mondi alternativi

· ​Science fiction e religione ·

Scena del film «E.T.» di Steven Spielberg (1982)

Mistero tremendum e fascinans. Con queste parole il teologo protestante Rudolf Otto definiva l’esperienza del sacro in un celebre saggio di antropologia religiosa apparso nel 1917. Mentre il tremendum, vale a dire l’inquietudine o l’intimo terrore, proviene dal dispiegarsi di una dimensione soprannaturale che non si riesce a padroneggiare in maniera completa e razionale, il senso di fascinazione si traduce in una sorta di rapimento estatico che non può essere espresso a parole. Il «numinoso» o spazio del divino, che si compone di entrambi questi elementi, offre all’uomo l’occasione di sperimentare il suo essere solamente una creatura, impotente di fronte alla maestà divina, notava Otto con espliciti riferimenti alla teologia mistica tedesca e a Meister Eckhart in particolare. A un secolo di distanza dalla pubblicazione di Das Heilige di Otto, Markus Pohlmeyer, docente di Teologia cattolica all’Università di Flensburg ed esperto di linguaggio dei media, prova ad applicare questa definizione alla letteratura e al cinema di fantascienza. In un agile volume recentemente tradotto in italiano, Il sogno degli dèi. Science fiction e religione (Bologna, edb, 2016, pagine 154, euro 14), Pohlmeyer sostiene infatti che un racconto e un film di fantascienza rappresentano per il lettore e lo spettatore un’esperienza straniante in grado di spaventarlo e al tempo stesso di avvincerlo. Il grande merito della fantascienza risiederebbe proprio nella capacità di porre in forma nuova questioni ineludibili, come quelle legate ai limiti della natura umana e al rapporto tra l’uomo e l’alterità.

di Giovanni Cerro

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19 agosto 2019

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