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Illuminante sproporzione

· L’ultima settimana di Cristo nella lettura del Papa ·

Il «Gesù di Nazaret» presentato all’università di Messina

Dopo quello tenutosi all’università di Urbino, proseguono gli incontri organizzati dalla Libreria Editrice Vaticana per presentare il libro di Joseph Ratzinger - Benedetto XVI , Gesù di Nazaret. Dall’ingresso a Gerusalemme fino alla risurrezione nelle università italiane. Lunedì 28 novembre l’opera è stata al centro di un incontro all’università di Messina. Pubblichiamo stralci dell’intervento del vescovo rettore della Pontificia Università Lateranense.

Bisogna riconoscere subito che il secondo volume del Gesù di Nazaret di Joseph Ratzinger - Benedetto XVI forma un tutt’uno con il primo, cioè con il volume dedicato alla prima parte della vita pubblica di Gesù, dal battesimo nel Giordano fino alla trasfigurazione. Nel secondo volume, invece, si parla degli ultimi giorni della vita terrena di Gesù, dall’ingresso in Gerusalemme alla risurrezione.

Ma come, si obietterà: c’è una chiara sproporzione! L’ultima settimana di Gesù, da sola, è trattata con la medesima estensione di tutta la vita pubblica che la precede! Tale “sproporzione”, tuttavia, si spiega facilmente, ed è già presente nei Vangeli. Anzitutto il racconto della passione e della risurrezione, anche se viene per ultimo, è il più antico e il più elaborato dalle tradizioni orali e scritte, a cui i Vangeli attingono. Fin dall’inizio, infatti, l’uso liturgico (come è noto, il memoriale della Pasqua è il cuore della celebrazione eucaristica) “fissa” un nucleo piuttosto ampio del racconto.

Inoltre l’apparente “sproporzione” fa capire a un primo sguardo che la passione, la morte e la risurrezione non sono semplicemente l’epilogo della vita di Gesù. Piuttosto, esse danno senso a tutto il resto: dal Cristo crocifisso e risorto prende luce tutto il racconto della sua vita.

Dunque, due volumi, due parti di un’unica opera: è adottato lo stesso metodo per narrare Gesù di Nazaret, mentre i contenuti della sua storia continuano.

Quanto ai contenuti del secondo volume, c’è anzitutto una Premessa (pp. 5-10), nella quale è ripreso e puntualizzato il discorso sul metodo. Ne sottolineo solo un passaggio, che a me pare risolutivo: «Se l’esegesi biblica scientifica — l’Autore allude di fatto all’esegesi storico-critica — non vuole esaurirsi in sempre nuove ipotesi, diventando teologicamente insignificante, deve fare un passo metodologicamente nuovo, e riconoscersi nuovamente come disciplina teologica, senza rinunciare al suo carattere storico. Deve imparare che l’ermeneutica positivistica — positivistico-razionalista, dicevamo noi: da essa dipende, di fatto, l’esegesi storico-critica — «deve imparare che l’ermeneutica positivistica (...) non è espressione della ragione esclusivamente valida che ha definitivamente trovato se stessa, ma costituisce una determinata specie di ragionevolezza storicamente condizionata, capace di correzione e di integrazioni, e bisognosa di esse. Tale esegesi deve riconoscere che un’ermeneutica della fede, sviluppata in modo giusto, è conforme al testo, e può congiungersi con un’ermeneutica storica consapevole dei propri limiti per formare un’interezza metodologica» (pp. 6-7).

Alla Premessa fanno seguito nove capitoli, più uno di Prospettive (pp. 309-324: così il racconto della passione, morte e risurrezione è esteso all’ascensione e all’attesa escatologica del ritorno del Signore), e una bibliografia ragionata, relativa anzitutto al primo volume nel suo complesso, e poi al secondo volume e ai suoi singoli capitoli (pp. 327-342).

Diamo uno sguardo — di necessità molto sintetico, nello stile di un «invito alla lettura» — ai capitoli del volume. La via maestra, lungo la quale il Papa ci conduce, è la meditazione sull’“ora” di Gesù, quella del suo “innalzamento” ( Giovanni , 12, 32): cioè la meditazione sul momento salvifico — inscindibile — della morte-risurrezione.

Ingresso in Gerusalemme e purificazione del tempio. Il primo capitolo, scandito precisamente nelle due parti enunciate, rappresenta una potente ouverture rispetto al racconto successivo. Entrando in Gerusalemme, Gesù si annuncia come il nuovo tempio, che egli stesso è venuto a costruire. È questo il significato della parola riportata da Giovanni: «In tre giorni farò risorgere questo tempio!». Egli, spiega infatti l’evangelista, «parlava del tempio del suo corpo. Quando poi fu risuscitato dai morti, i suoi discepoli si ricordarono che aveva detto questo, e credettero alla Scrittura e alla parola detta da Gesù» ( Giovanni, 2, 18-22).

Il discorso di Gesù sulle ultime realtà «non descrive la fine del mondo, ma l’annuncia con parole già esistenti nell’Antico Testamento. Il parlare dell’avvenire con parole del passato sottrae questo discorso ad ogni connessione cronologica» (p. 63).

Di fatto, lo scopo del discorso non è quello di svelare il futuro, ma di suggerire ai discepoli un certo tipo di comportamento di fronte all’imperativo dell’“ora” di Gesù, che ormai si va compiendo. Si tratta di un’esortazione alla comunità, perché essa vigili con impegno sul tempo presente, evitando di fantasticare vanamente sul futuro. «Le parole apocalittiche di Gesù vogliono condurci all’essenziale: alla vita sul fondamento della parola di Dio, che Gesù ci dona; all’incontro con lui, la Parola vivente; alla responsabilità davanti al Giudice dei vivi e dei morti» (p. 64).

«Dopo i discorsi d’insegnamento di Gesù, che seguono la relazione sul suo ingresso a Gerusalemme, i Vangeli sinottici riprendono il filo del racconto» (p. 65). Ed ecco l’episodio misterioso e sconcertante della lavanda dei piedi, nel contesto dell’ultima cena. «Possiamo dire che in questo gesto di umiltà», scrive il Papa sintetizzando il capitolo, «il Signore sta di fronte a noi come il servo di Dio — come Colui che per noi si è fatto servo, che porta il nostro peso donandoci così la vera purezza, la capacità di avvicinare Dio». Proprio per questo motivo l’“ora” della croce, misticamente anticipata nella lavanda dei piedi, «è l’ora della vera gloria di Dio Padre e di Gesù» (pp. 88-89).

«Alla lavanda dei piedi seguono, nel Vangelo di Giovanni, i discorsi di addio di Gesù, che alla fine (...) sfociano in una grande preghiera sacerdotale» (p. 91). Ebbene, scrive il Papa al termine di questo capitolo, «la Chiesa nasce dalla preghiera di Gesù. Questa preghiera, però, non è soltanto parola: è l’atto in cui egli “consacra” se stesso, cioè “si sacrifica” per la vita del mondo. Possiamo anche dire, rovesciando l’affermazione: nella preghiera l’evento crudele della croce diventa ‘parola’, diventa festa dell’espiazione tra Dio e il mondo. Da questo scaturisce la Chiesa, cioè la comunità di coloro che, mediante la parola degli apostoli, credono in Cristo» (p. 118).

«L’ultima cena»; «Il Getsemani»; «Il processo a Gesù»: questi tre capitoli (pp. 119-226) rappresentano la parte centrale del volume, quella più analitica, scritta con maggiore acribia storica, esegetica, teologica.

La “chiave di lettura” di questo frammento decisivo, nel quale si compie l’“ora” di Gesù (così, infatti, l’apostolo Giovanni introduce il racconto della cena: «Gesù, sapendo che era venuta la sua ora di passare da questo mondo al Padre, avendo amato i suoi che erano nel mondo, li amò fino alla fine»: 13, 1), può essere condensata in alcune brevi parole del Papa, veramente ispirate: «Fa parte delle vie della storia di Dio con gli uomini (...) la “flessibilità” di Dio, che attende la libera decisione dell’uomo, e che da ogni “no” fa scaturire una nuova via dell’amore. Al “no” di Adamo egli risponde con una nuova premura per l’uomo. Al “no” di Babele egli risponde inaugurando con l’elezione di Abramo un nuovo approccio alla storia (...) Nonostante ogni negazione da parte degli uomini, egli dona se stesso, prende su di sé il “no” degli uomini, attirandolo così dentro il suo “sì”» (pp. 138-141).

«La crocifissione e la deposizione di Gesù nel sepolcro»; «La risurrezione di Gesù dalla morte»: finalmente si compie, in maniera definitiva, l’“ora” di Gesù. Come già abbiamo anticipato — e così concludiamo l’“invito alla lettura” del nostro libro —, il secondo volume del Gesù di Nazaret di Joseph Ratzinger - Benedetto XVI è soprattutto un’organica meditazione sul mistero dell’“ora” di Gesù. Capitolo dopo capitolo, il Papa ci ha presi per mano, invitandoci a entrare in quest’“ora”, a fare esperienza viva della passione, della morte e della risurrezione del Signore, per condurci così all’ultimo traguardo.

L’ultimo traguardo è la definitiva confessione della nostra fede in Gesù di Nazaret: «Egli è veramente risorto. Egli è il Vivente. A lui ci affidiamo, e sappiamo di essere sulla strada giusta. Con Tommaso mettiamo le nostre mani nel costato trafitto di Gesù, e professiamo: “Mio Signore e mio Dio!”» (p. 307).

Benché il Papa, con molta umiltà, definisca il suo un semplice «tentativo di presentare il Gesù dei Vangeli come il Gesù reale» (p. 18), d’altra parte egli appare ben consapevole della svolta decisiva che la sua opera rappresenta nella storia della cristologia. Confessa di esservi giunto «dopo un lungo cammino interiore», e richiama addirittura i tempi della sua giovinezza, anche se la stesura materiale dei due volumi dev’essere stata abbastanza rapida, visto che è iniziata solo nell’estate del 2003.

In ogni caso, si coglie dalla lettura di molte sue pagine qualche cosa di simile al quarto Vangelo: il libro è l’opera di una vita intera, dove il metodo impiegato — lungi dal diventare una mera “tecnica” — come pure i contenuti esposti, vivono di un radicato e maturo innamoramento per Cristo.

In definitiva, «l’intima amicizia con Gesù» va considerata come il vero tema conduttore dell’opera, un tema che il Papa illustra da testimone, non meno che da teologo: di fatto la vera “conoscenza” di Gesù — per Papa Benedetto, come per il discepolo amato — proviene dal “riposare” sopra il suo cuore (p. 262).

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