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Il vuoto come arte

· Viaggi in Giappone per Cees Nooteboom ·

L’ultima opera di Cees Nooteboom, Cerchi infiniti (Milano, Iperborea, 2017, pagine 128, euro 15) è un libro di viaggio. Viaggi in Giappone, recita il sottotitolo. Si tratta di sei itinerari compiuti alla scoperta di qualcosa di nuovo nell’arco di circa trenta anni da quel formidabile viaggiatore che è lo scrittore olandese. «Non si può mai andare in un posto di cui si ignora assolutamente tutto, come Pizarro andò nel regno degli Inca, o i primi europei in Giappone». E, aggiunge lo scrittore olandese, «ciò che in ultima istanza vado a fare è vedere se il Giappone esiste davvero, come se uno spettatore al cinema potesse entrare nello schermo e sedersi a tavola con i protagonisti». 

Sono notazioni come questa che fanno del presente libro un’opera creativa e non un baedeker. Bene ha scritto Giorgio Amitrano, in quella che è una sorta di postfazione, che il più interessante fra questi viaggi è quello di apertura: vi è raccontata la prima impressione di Cees Nooteboom in un paese nuovo, di cui aveva letto tanto, tutto, e che lo coglie invece impreparato ad assorbire un mondo che è veramente, profondamente estraneo alla nostra cultura, alla nostra filosofia, al nostro modo di essere. Un mondo che da un lato lo affascina e dall’altro lo respinge. C’è un continuo oscillare fra l’estraneità dovuta, in buona parte, anche a una lingua assolutamente incomprensibile nei suoni e nei segni — «Dagli altoparlanti escono voci rassicuranti che invece mi agitano perché non riesco a capirle»; «Quel senso di totale disperazione, quel trovarsi circondato da esseri umani di buona volontà che però non riescono a capirti, hai dimenticato il dizionario, non hai una matita a portata di mano, nello sconforto prendi la strada sbagliata, l’autobus sbagliato» — e una sorta di piacere nell’essere come ingoiati dalla folla estranea. «È un piacere dei sensi fluire insieme a loro, circondato da corporeità incomprensibili, essere anche tu folla». Uno dei temi su cui Nooteboom torna maggiormente è quello del rapporto del giapponese con la natura, diametralmente opposto a quello di noi occidentali. «Noi abbiamo trattato la natura (…) in una simmetria totale (…) alberi potati, cespugli sagomati a schiera. Qui invece la simmetria è una bestemmia, non fosse altro che per il fatto che in natura non esiste (…). Mentre noi “riempiamo” il giardino, un giapponese lo svuota, in modo da rendere visibile l’essenza delle cose. Il vuoto come arte». Il Giappone presenta due aspetti opposti: la città con una folla enorme, precisa, simmetrica, e i luoghi di campagna — quelli dove si trovano templi e statue di divinità — assolutamente isolati. C’è una divinità che si chiama Jizo, «le due parti del suo nome significano terra e utero, o culla e tomba, e nel cammino dall’una all’altra lui è la piccola divinità calva che ci proteggerà, ha l’aria di esserne in grado».

di Sabino Caronia

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22 agosto 2019

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