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Il volto oscuro
che nessuno vuole vedere

Sfornare un disco che stazioni stabilmente per quarantuno anni tra quelli più venduti negli Stati Uniti non è un traguardo facilmente raggiungibile per nessun gruppo. Figuriamoci per una band, peraltro non statunitense, molto poco propensa a concedersi alle facili sonorità del pop. Se a questo si aggiunge che l’album in questione si dipana come una lunga riflessione sui fallimenti della vita, sull’inesorabile trascorrere del tempo, sui falsi miti della società consumistica e sull’alienazione che da essi spesso scaturisce, sembrerebbe ancora più difficile spiegare come mai The dark side of the moon dei Pink Floyd si sia imposto come una delle opere di maggior successo nella storia della musica rock.

Il disco venne pubblicato nel 1973, ma il gruppo cominciò a proporre dal vivo i brani che lo compongono già dal 1971. C’è quindi da supporre che l’ideazione del concept-album (un’opera cioè legata da un unico filo conduttore) fosse in qualche modo influenzata dall’allunaggio di due anni prima e dal susseguente clamore mediatico. È proprio il vociante trionfalismo susseguente alla conquista a essere messo in discussione dai Pink Floyd che preferiscono indagare sul volto scuro, o meglio oscuro della luna, quello cioè dove il Lem non è mai arrivato e che non riesce a essere illuminato nemmeno dal sole, figuriamoci dai riflettori dei mezzi di comunicazione di massa. Anche perché il lato buio della luna descritto dal gruppo inglese è quello del personale satellite che orbita dentro ognuno di noi, ma che nessuno ha davvero piacere di far vedere agli altri o anche di mostrare a se stessi. In un momento di grande enfasi sulle «magnifiche sorti e progressive» (tanto per citare un poeta che alla luna dedicò uno dei suoi massimi componimenti) favorite dal progresso scientifico, i Pink Floyd, e soprattutto Roger Waters, al quale si devono i testi dell’album, invitano quindi a riflettere sulla fragilità dell’essere umano, una condizione che nessuna scoperta o conquista, come ben sapeva Leopardi, può mai alterare.

Una fragilità che spesso si nutre di fallimenti o di rimpianti: «Un giorno ti rendi conto che sono trascorsi dieci anni, nessuno ti ha detto quando cominciare a correre, hai perso il colpo d’inizio», scrive Waters in Time, la canzone resa celebre dal suono di decine di sveglie messo insieme dalla perizia di Alan Parsons, tecnico del suono agli Abbey Road Studios e a sua volta musicista di successo. Nello stesso brano vengono ricordati i «progetti che non arrivano a nulla o al massimo a mezza pagina di righe scarabocchiate»: un senso di sconfitta, alimentato appunto dall’inesorabile passaggio del tempo, la cui “cura palliativa” può essere l’ottundimento causato dall’adesione acritica agli schemi della più sfrenata società dei consumi. «Una nuova macchina, caviale, sogni ad occhi aperti a quattro stelle. Penso che mi comprerò una squadra di calcio», si legge nel testo di Money, il brano diventato celebre per la ritmica di apertura ricavata dal suono di alcune monete e di un registratore di cassa. Il dio denaro è in grado, come una droga, di alterare lo stato di coscienza e la percezione della realtà, ma non è in grado di modificare davvero la realtà più intima, quella che necessariamente deve poter fare riferimento a una dimensione più alta e più vasta. Altrimenti si rischia l’alienazione, una condizione descritta in Brain damage, probabilmente ispirata dalla follia di Syd Barrett, fondatore e primo chitarrista del gruppo, poi sostituito da David Gilmour. «Hai chiuso la porta e hai gettato via la chiave, c’è qualcuno nella mia testa, ma non sono io», recita la canzone che, senza soluzione di continuità introduce al brano finale, Eclipse.

«Tutto quanto sotto il sole è in sintonia — canta Roger Waters — ma il sole è eclissato dalla luna». E la luna in questione, quella capace di eclissare il sole, è ancora una volta il satellite che orbita attorno al nostro cuore e alla nostra mente. Un satellite piccolo piccolo, ma che se trascurato è capace di gettare un’ombra oscura sulla nostra esistenza.

di Giuseppe Fiorentino

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19 settembre 2019

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