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Il volto di una Chiesa in stato di missione

· Intervista all’arcivescovo Cyril Vasil’ dopo la sua visita in India ·

Una comunità in piena espansione, dove il numero dei fedeli è in crescita, le vocazioni sacerdotali e religiose sono abbondanti e lo slancio missionario raggiunge territori lontani migliaia di chilometri dal suo centro originario che è lo stato del Kerala in India: è la Chiesa siro-malabarese, che ultimamente ha visto aumentare il numero delle sue eparchie perché sia assicurata la cura pastorale a tutti i fedeli sparsi nel paese. L’arcivescovo segretario della Congregazione per le Chiese orientali Cyril Vasil’, che nello scorso mese di gennaio ha compiuto un viaggio in India, accompagnato dal sotto-segretario del dicastero, il domenicano Lorenzo Lorusso, racconta nell’intervista all’Osservatore Romano alcune impressioni su questa realtà ecclesiale.

Quali sono stati i motivi di questo viaggio?

 La cerimonia di inaugurazione dell’eparchia siro-malabarese di Shamshabad

Il 9 ottobre 2017, nel contesto della plenaria della Congregazione, è stato pubblicato un documento del Papa con il quale si erigevano due eparchie siro-malabaresi — Hosur e Shamshabad — e si estendevano i confini di due già esistenti nel sud dell’India. In questo modo, è stata assicurata la cura pastorale e una giurisdizione per la Chiesa siro-malabarese che copre tutto il paese. Un altro motivo del mio viaggio è stato il venticinquesimo anniversario della elevazione a sede arcivescovile maggiore della Chiesa siro-malabarese.

Quali mete ha toccato la visita?

La prima tappa è stata a Hyderabad, nello stato di Telangana, con la visita alle realtà pastorali di quella città e poi nella nuova eparchia di Shamshabad, la cui sede episcopale si trova in una zona periferica, nei dintorni dell’aeroporto di Hyderabad. Poi si è svolta la presa di possesso del nuovo vescovo Raphael Thattil, finora visitatore dei siro-malabaresi fuori dai territori coperti dalla giurisdizione della Chiesa siro-malabarese. Perciò, il nuovo vescovo eparchiale continua la sua missione di contatto con i fedeli dispersi finora affidati alla cura dei vescovi latini. Con questo provvedimento si gettano le basi non solo per un’apertura pastorale per i fedeli siro-malabaresi trasmigrati dall’originale zona del Kerala, dove la Chiesa ha la sua sede storica, ma anche per l’opera missionaria in questo territorio. La curia è tutta da costruire dal punto di vista pastorale, le persone però ci sono, perché c’è già una bella collaborazione tra le realtà più povere e quelle missionarie. La celebrazione è stata molto seguita e si è svolta in un clima festoso. C’erano i cardinali George Alencherry, arcivescovo maggiore dei siro-malabaresi, e Baselios Cleemis Thottunkal, arcivescovo maggiore della Chiesa siro-malankarese, più di cinquanta vescovi, anche quelli appartenenti alla Chiesa latina, e oltre quattromila fedeli.

Quali sono le sfide principali che deve affrontare la Chiesa siro-malabarese?

Questo provvedimento è un avvenimento storico, perché la Chiesa siro-malabarese può a pieno titolo curare pastoralmente i propri fedeli dovunque si trovino negli stati dell’India. Allo stesso tempo, le permette di impegnarsi nella missione ad gentes su tutto il territorio, mentre fino a ora ciò avveniva solo nelle parrocchie o eparchie missionarie create a partire dagli anni sessanta a macchia di leopardo senza un nesso logico od organico. Così si sono compiute le indicazioni del Vaticano II, che ha affermato che tutte le Chiese sui iuris hanno pari dignità per quanto riguarda la possibilità dell’opera missionaria. Adesso le Chiese sui iuris operanti in India sono tutte allo stesso livello, come ha spiegato il cardinale Leonardo Sandri, prefetto del dicastero, nel messaggio che ho letto durante la celebrazione.

Anche la Chiesa siro-malankarese ha estensione giurisdizionale su tutta l’India?

La Chiesa siro-malankarese ha già avuto qualche anno fa una estensione: non del territorio proprio, ma della possibilità di occuparsi in tutta l’India dei propri fedeli e anche di svolgere la missione ad gentes, attraverso l’erezione di due circoscrizioni giuridiche, considerate appartenenti alla Chiesa malabarese ma “fuori territorio proprio” di questa Chiesa. Anche se essa è una Chiesa numericamente più piccola rispetto alla siro-malabarese, ha avuto questa apertura prima per varie ragioni. Nella mia visita ho avuto l’opportunità di incontrare alcune realtà missionarie delle due Chiese, nelle zone di eparchie nate come missionarie. In effetti, è stata la prima volta che ho potuto vedere una Chiesa orientale in missione ad gentes. Questa è una caratteristica delle Chiese siro-malabarese e siro-malankarese, che fra tutte quelle orientali cattoliche forse sono le uniche che operano massivamente come Chiese missionarie. Al contrario, molte Chiese orientali sono impedite in questa opera. Basti pensare a quelle che vivono in Medio oriente dove le conversioni sono praticamente inammissibili per ragioni socio-politiche e culturali; oppure alle Chiese in Europa orientale, che si considerano vincolate a una determinata regione o etnicità. La Chiesa in India, invece, ha un anelito e uno spirito missionario. Per l’evangelizzazione, utilizza le lingue locali ed entra nella cultura della gente di quei territori, creando un legame organico secondo il rito in cui l’evangelizzazione avviene.

Che consistenza ha oggi la realtà della Chiesa siro-malabarese?

Conta quattro milioni e cinquecentomila fedeli, per la maggior parte concentrati nelle eparchie del Kerala e delle zone adiacenti. Da diversi decenni, assistiamo a una massiccia emigrazione dei fedeli all’interno dell’India per ragioni di lavoro. Perciò, da vari anni la Sede apostolica ha creato nuove strutture ecclesiastiche rispondenti alle necessità, a partire dall’eparchia di Kalyan, creata nel 1987, con centro nella zona di Bombay. Così è stata eretta nel 2012 l’eparchia di Faridabad, che si trova vicino a New Delhi, oppure si è esteso il territorio delle eparchie esistenti per includere una grande città metropolitana, come è stato fatto per Bangalore. Con la creazione dell’eparchia di Hosur si è inserito anche il territorio di Chennai, una volta chiamata Madras, dove c’è un gruppo notevole di fedeli siromalabaresi migranti. Anche nella stessa città di Hyderabad e dintorni ci sono circa ventimila fedeli siro-malabaresi che costituiscono il punto di partenza di questa eparchia.

Qual è la geografia dei riti in India?

Tutto il territorio indiano è coperto da tre giurisdizioni: latina, siro-malabarese e siro-malankarese. La maggioranza dei fedeli in India appartiene alla Chiesa latina. Fino a poco tempo fa, la Chiesa siro-malabarese era considerata una Chiesa regionale, con qualche eccezione per la cura pastorale dei propri fedeli che vivevano nei grandi centri. D’ora in poi questa situazione amministrativa non esiste più. Per quanto si poteva temere che ciò nuocesse alla Chiesa unita o unica, al contrario, abbiamo visto che, dove nel mondo convivono e collaborano sul medesimo territorio sia la Chiesa latina che quelle orientali, la pastorale ne beneficia. Questi provvedimenti cambiano anche la prospettiva teologica, perché l’eparchia o la diocesi non viene più concepita come un governo su un territorio affidato a un vescovo, ma come il governo sulle persone che abitano in un determinato territorio, cioè sulla pars populi Dei. Per meglio comprendere, quella parte del popolo di Dio è legata a una determinata Chiesa sui iuris e a un vescovo, non al territorio. La zona territoriale è un contenitore che ha al suo interno vari raggruppamenti di fedeli di diverse Chiese sui iuris. Così sullo stesso terreno si sovrappongono le giurisdizioni a diversi vescovi che curano ognuno i propri fedeli.

L’evangelizzazione è una priorità in India?

Per quanto ho potuto vedere ci sono situazioni veramente incoraggianti riguardo a una missione diretta ad gentes. Siamo andati in alcuni villaggi veramente poveri, dove esistevano poche famiglie cristiane, in quanto la maggioranza era induista o musulmana. Ho potuto vedere il prezioso lavoro delle suore in zone molto disagiate e ho notato che l’opera missionaria si muove su tre vettori. Anzitutto, il volto di una Chiesa caritatevole con moltissime istituzioni a carattere sociale. Poi l’educazione: le scuole gestite dai missionari svolgono un ruolo importante e sono anche occasione per entrare in contatto con la popolazione locale. Il terzo vettore è l’annuncio diretto attraverso i programmi di evangelizzazione, ma soprattutto attraverso la testimonianza di questi cristiani che vivono con molta serietà e impegno la loro fede. Considerando anche che sono una minoranza rispetto agli induisti e provengono dagli strati sociali più deboli. Ho visitato, tra l’altro, l’eparchia di Kalyan, la regione missionaria di Saugli, dove svolgono servizio i sacerdoti dei missionari di San Tommaso, società di vita apostolica nata in Kerala per dare slancio missionario alla Chiesa siro-malabarese. La visita si è conclusa a Mount Saint Thomas, nella città di Ernakulam, dove si trova la sede dell’arcivescovo maggiore della Chiesa siro-malabarese. Lì si è svolto il sinodo dei vescovi nel venticinquesimo anniversario dell’elevazione ad arcivescovado maggiore.

Cosa l’ha colpita dello slancio missionario dei siro-malabaresi?

Attualmente, la Chiesa siro-malabarese conta sessantaquattro vescovi. Se pensiamo che cento anni fa ne aveva solo tre e il suo territorio era limitato a una piccola zona del Kerala, vediamo quale crescita ha avuto. Dopo cento anni vediamo una Chiesa radicata nel suo territorio originale, forte nella sua struttura gerarchica, nella sua presenza e nella sua dimensione missionaria. Posso dire che è una delle Chiese più fiorenti che ho incontrato. Molte volte nelle vecchie terre cristiane si percepisce un certo scoraggiamento e una sfiducia. Raccomanderei perciò la visita alla Chiesa in Kerala ai pastori che si sentono tristi per la diminuzione della presenza cristiana. È una Chiesa giovane piena di vocazioni, con 8600 sacerdoti e 36000 religiose. In essa vige pure il celibato, che la Chiesa siro-malabarese considera come un suo patrimonio disciplinare, ma ciò non significa la mancanza delle vocazioni. La questione del celibato quindi non è determinante per ovviare alla carenza di vocazioni. Talvolta si indica come difficoltà della crescita della Chiesa l’obbligo vigente del celibato nella Chiesa latina.

Cosa favorisce tante vocazioni?

Uno dei motivi è senz’altro dovuto al fatto che esiste un’esemplare vita familiare. Le famiglie sono ancora numerose rispetto all’Europa. Consideriamo poi che nella Chiesa vige un ottimo sistema scolastico e catechetico. Si dà molta importanza alla catechesi. Il bambino siro-malabarese per dodici anni fa catechismo — cioè da 6 a 18 anni — con una preparazione molto ben studiata. Questo è uno dei punti di forza di questa Chiesa. Se pensiamo che la frequenza alla messa domenicale è del 95-98 per cento, vuol dire che il cristiano considera come una cosa fondamentale la partecipazione. Inoltre, i laici si identificano nella fede e hanno un forte senso della vita parrocchiale. Si sentono molto vincolati a una parrocchia concreta, partecipano alle decisioni importanti. In pratica, esiste una forte presenza del laicato ben formato e ben conscio della propria responsabilità, dignità e delle possibilità di collaborazione armoniosa con il clero e i religiosi. Questo è un altro aspetto meraviglioso e da qui scaturiscono le altre dimensioni. Non dimentichiamo che la Chiesa siro-malabarese offre numerosi sacerdoti alla Chiesa latina, sia in India sia in altre parti del mondo. È una Chiesa con ottimi missionari, che lavorano anche nelle strutture della Chiesa latina in molte parti dell’Europa e dell’Africa. Il rito è secondario per i siro-malabaresi rispetto all’universalità. I fedeli amano il proprio rito ma si sentono cattolici, aperti alla collaborazione con le altre Chiese.

di Nicola Gori

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