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Sulle strade di Kabul

· Da dodici anni le suore di madre Teresa presenti in Afghanistan ·

Le vediamo spesso, anche a due passi da piazza San Pietro. Le riconosciamo. Abbiamo imparato ad amarle per quanto fanno per i più poveri tra i poveri. Gli esclusi. Ovunque essi siano, di qualsiasi fede e razza. Il loro tratto distintivo è un sari bianco con il bordo blu. E una croce ben visibile. Anche a Kabul. 

Sono le suore di madre Teresa, le missionarie della carità. Da dodici anni si prodigano nella capitale di un paese che non annovera fedeli cattolici se non tra la comunità di espatriati, ma non per questo la popolazione, in grande maggioranza, non è in grado di rispettare il messaggio di Cristo e chi se ne fa interprete per il bene di chi ha più bisogno.
La capitale dell’Afghanistan ha vissuto nel corso degli ultimi mesi una recrudescenza di attentati e di azioni suicide, miranti a indebolire l’immagine del governo e il suo controllo effettivo sulle 34 province del paese. Le elezioni legislative sono annunciate per ottobre, quelle presidenziali nel corso del 2019, con i talebani e il cosiddetto stato islamico a contendersi, sul campo, il ruolo di principale forza di opposizione.
La casa delle missionarie della carità di Kabul è diventata anche quella di quattordici minori con disabilità mentale o fisica estreme, simbolo di un paese segnato nel corpo e nell’animo da un conflitto a cui, nonostante tutto, non ci si può abituare. Nonostante i decenni d’invasioni, di bombardamenti, di vessazioni interne ed esterne. Nonostante gli attentati, per i quali è diventato frequente assicurarsi, in cambio di un pugno di dollari versato alla famiglia, il ruolo di protagonista al “martirio” per qualche studente di una madrassa o per disperati alla sbando, facili all’infatuazione, come ce ne sono tanti nel paese. Questo è anche l’Afghanistan, ma non è certamente soltanto questo.

di Lucas Duran

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19 agosto 2018

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