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Il violino di Hitler

· Nel giallo (un po’ autobiografico) di Igal Shamir ·

Un romanzo risolutamente giallo, scritto da un israeliano, già pilota di caccia e poi divenuto violinista di fama, Igal Shamir, nato nel 1938 a Tel Aviv — in Palestina, come puntualizza il risvolto di copertina — da una famiglia di origine polacca. Il protagonista di Il violino di Hitler (Bologna, Fausto Lupetti editore, 2011, pagine 350, 16 euro), Gal Knobel, ha molto dello scrittore, a cominciare dal nome, quello di suo padre prima che lo ebraizzasse in Shamir nel 1948, per finire con la sua arte, quella del violino appunto.

Il romanzo inizia nel 1940, in un castello della Francia occupata, in cui un violinista tedesco, ufficiale della Wermacht, viene portato a suonare di fronte a Hitler. Si tratta di una serata particolare, in cui il Fuhrer vuole mostrarsi particolarmente amabile, perché ha come ospite un americano in grado di influenzare a favore della Germania la politica degli Stati Uniti. Ma il concerto finisce, inaspettatamente, con un attacco di furore di Hitler, che distrugge il violino e ordina di fucilare immediatamente lo sventurato artista, di fronte all’americano attonito. Un bambino, forse il figlio del proprietario del castello, assiste nell’ombra alla scena. Che cosa è successo? Cosa ha suscitato l’ira di Hitler? Forse il brano suonato alla fine del concerto dal violinista, opera di un compositore mantovano del primo Seicento, Salamone Rossi, un ebreo, o la richiesta rivoltagli dall’artista di potersi recare a Venezia a far ricerca su questo compositore ingiustamente dimenticato?

Il resto del romanzo si svolge cinquant’anni dopo, negli anni Novanta, e ha come protagonista, appunto, un altro violinista, questa volta israeliano. Si tratta di un ex agente del Mossad, che ha collaborato in passato, prima di dedicarsi al violino, alla cattura di Eichmann e di altri criminali nazisti. In un concerto a Venezia, Knobel suona un brano di Salamone Rossi, innescando così un intrigo che finirà per coinvolgerlo molto profondamente, rimettendolo in contatto con i servizi segreti israeliani e portandolo in giro per l’Europa a indagare su quell’oscura vicenda di cinquant’anni prima, l’uccisione del violinista tedesco. A proporgli l’indagine è un cardinale, il francese cardinal Morillon, che mostra di avere su questa questione un interesse personale e quasi ossessivo. A scegliere Knobel per l’indagine è spinto dal brano di Salamone Rossi che questi ha suonato, oltre che dal suo passato di cacciatore di nazisti. Come in ogni giallo che si rispetti, Knobel esita e si fa molto pregare, ma poi accetta l’incarico. Un compito che lo porta da una parte a indagare su quanti erano riuniti intorno a Hitler in quella notte, e dall’altra a ripercorrere in polverosi archivi le tracce di Salamone Rossi, fino a individuare documenti capaci di rivoluzionare la storia della musica, e non solo quella. Non manca una donna fascinosa, anche lei un’agente del Mossad, destinata a intrecciare una storia d’amore con lui. Il tutto condito da un’organizzazione di ex nazisti che trama nell’ombra e da un Vaticano dipinto nelle migliori tradizioni del feuilleton , un luogo di intrighi pericolosi dove un cardinale malvagio e potentissimo, l’opposto del cardinal Morillon, è legato a doppio filo coi nazisti e in cui l’Archivio segreto vaticano è non solo segretissimo, come notoriamente non è, ma denso di pericoli e di intrighi. Del resto, tutti gli archivi in cui passa il nostro protagonista sono ad alto rischio e sembrano trasformarsi in camere a gas o trappole mortali, in una visione quanto meno avventurosa del lavoro dello storico. Non diciamo ovviamente nulla sullo scioglimento, come in ogni recensione di giallo che si rispetti.

La trama è, almeno inizialmente, avvincente, come intrigante è questo gioco di specchi tra quattro violinisti, l’autore, il protagonista, il violinista assassinato e Salamone Rossi. Peccato che la storia che ne emerge, tanto quella dei tempi di Salamone Rossi quanto quella dei tempi nazisti, sia storicamente tagliata con l’accetta. A cominciare dal presupposto stesso del romanzo, quello che Salamone Rossi sia un musicista quasi sconosciuto, un assunto per lo meno esagerato.

Rossi era celebratissimo nella Mantova dei primi decenni del Seicento, fu protetto e stimato dai Gonzaga. Legatissimo a Monteverdi, fu colui che introdusse lo stile polifonico del madrigale nella salmodia ebraica. Morì, probabilmente di peste, a Venezia nel 1630. Dopo la morte, fu effettivamente sepolto nell’oblio, ma nel XIX secolo il barone Edmond de Rothschild riscoprì la sua musica, la cui prima edizione moderna è del 1876. Il romanzo indaga sui suoi rapporti con Monteverdi, che dopo la morte di Rossi si ritirò in convento, sui rapporti tra mondo cristiano ed ebrei, visti anch’essi, almeno per quanto riguarda la Corte mantovana, un po’ troppo in bianco e nero, e sul ruolo del musicista preso tra i due mondi, quello cristiano che lo attrae e lo sfrutta e quello ebraico che lo percepisce quasi come un traditore. Anche questo, un motivo per lo meno esagerato, dati gli stretti contatti esistenti nel Seicento tra la cultura ebraica e quella esterna. In realtà, il vero protagonista di questo romanzo è il violino. Peccato che un violinista come il suo autore, capace di trarre dal suo strumento ogni sfumatura musicale, non riesca a fare altrettanto sul terreno della storia o su quello della scrittura, che anch’essa avrebbe richiesto maggiori sottigliezze. Detto questo, è un giallo intrigante, che si legge d’un fiato, senza mai annoiarsi.

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25 agosto 2019

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