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​Il viaggio senza ritorno
di Mary Ventura

Sylvia Plath

Nella letteratura dell’Ottocento e del Novecento il tema del viaggio ha rappresentato un tòpos intorno al quale hanno gravitato romanzi, poesie e racconti, e nel quale i massimi scrittori hanno riconosciuto il simbolo più idoneo a rappresentare l’immagine di un cammino di formazione, culminante nel successo, o, al contrario, di declino, assorbito nell’oblio. E il tema del viaggio costituisce il fulcro del racconto inedito della scrittrice e poetessa statunitense, Sylvia Plath (1932-1963), ora pubblicato per la prima volta da Faber & Faber in occasione delle iniziative promosse per celebrare i novant’anni di fondazione della prestigiosa casa editrice britannica. Il racconto, di quarantotto pagine, s’intitola Mary Ventura and the Ninth Kingdom. Fu scritto nel 1952, quando Plath era studentessa universitaria dello Smith College nel Massachusetts. Mary Ventura non vorrebbe partire perché sente dentro di sé che l’itinerario che andrebbe a intraprendere potrebbe essere di sola andata. Ma i genitori la spingono a superare timori e incertezze. E lei, alla fine, parte. Il viaggio si snoda attraverso un paesaggio autunnale squallido, dalle venature claustrofobiche. La destinazione è il “Nono Regno”, un luogo non ben identificato di cui la viaggiatrice ignora tutto. In questo viaggio, che ricorda le cupe e inquietanti atmosfere kafkiane, Mary non è sola. La carrozza dove è salita, esitando fino all’ultimo se partire o no, è occupata da un’umanità varia (questa volta il richiamo è a Balzac): vi sono uomini che bevono 

e giocano a poker; una madre con un bambino avvolto in una coperta sudicia; due ragazzini che litigano mentre ingaggiano una battaglia con soldatini di piombo. È una carrozza vociante, in cui risuonano, stentorei e alquanto fastidiosi, i rumori della vita. E Mary, che preferirebbe una solitudine quieta, si trova invece immersa in uno scenario che la disturba. E intanto il treno procede, inesorabile, verso una destinazione in cui si fonderanno insieme, in un indistinto crogiolo, schiamazzi e silenzi, grida e afasia. Morta suicida
a 31 anni, Sylvia Plath si conferma, anche in questo racconto, votata a una visione cupa e intimista della vita. Assieme ad Anne Sexton, è stata l’autrice che più ha contribuito allo sviluppo del genere della poesia confessionale, attraverso la quale espone, in funzione catartica, ubbie, sensazioni represse e aspirazioni infrante. Un repertorio sviluppato in modo organico ne La campana di vetro, romanzo semi-autobiografico scritto sotto lo pseudonimo di Victoria Lucas. 

di Gabriele Nicolò

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22 agosto 2019

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