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Mistero e miracolo

· Scultura e poesia a confronto ·

«Natus» — come participio passato di nascor — è il titolo di una mostra in corso nel salone di Donatello della basilica di San Lorenzo a Firenze (aperta fino al 7 gennaio) che fa dialogare scultura e poesia. Testi e immagini sono raccolti nel libro Natus. Opere di Ugo Riva (Forlì, Capire Edizioni, 2018, pagine 162) che contiene versi di Davide Rondoni, interventi di Massoud Besharat, Beatrice Buscaroli, Francesco D’Arelli, Giordano Bruno Guerri, Lucetta Scaraffia, Vittorio Sgarbi e un’intervista allo scultore a cura di Paola Veneto.

Bisogna riconoscerlo: anche oggi, che sappiamo perfettamente come nascono i bambini, sappiamo tutto di gameti e di embrioni, e che anzi ci illudiamo di farli noi in laboratorio, i bambini, magari con le caratteristiche desiderate — maschi o femmine, depurati di malattie genetiche — ogni nascita è un miracolo sconvolgente. Quel piccolo essere che si muove, apre gli occhi, ci guarda, mangia e dorme, cioè è dotato di vita propria, è miracoloso: lo sa chiunque abbia visto un neonato, abbia osservato i suoi occhi strani, che non sono ancora di questo mondo. Poi, gli occhi del bimbo diverranno gli occhi umani, infantili, che tutti conosciamo: ma nelle prime ore, ancora nei primi giorni, gli occhi pieni di mistero dei neonati ci rivelano, senza possibilità di errore, che essi vengono dal mondo trascendente, dall’altro mondo.

«Protezione totale» (2003, particolare)

Per questo, in tutte le società tradizionali, si è sempre creduto che i bambini arrivassero dal mondo dei morti. Per questo, nei giorni più bui dell’inverno, quelli in cui si pensa che la notte può inghiottire tutto, e il mondo dei morti vincere su quello dei vivi, si fanno i regali ai bambini: essi sono quanto di più vicini ai morti abbiamo accanto a noi, facendo doni ai bambini si cerca di placare i morti.

Per questo si pensava che le donne, dopo il parto, dovessero passare quaranta giorni in isolamento, e poi venire purificate in Chiesa: erano entrate in contatto, al momento del parto, con il sacro, il trascendente, il mondo dei morti.

Oggi, che tutte queste credenze sono cadute, rimane lo stupore nei confronti di un inizio che ha del miracoloso perché, comunque, ancora in gran parte incomprensibile. Come mai, fra le varie possibilità di incontro fra un ovulo e uno spermatozoo, la fecondazione ha funzionato proprio fra quei due? Anche lo scienziato “creatore”, quello che fabbrica bambini in provetta, se lo domanda. Perché alla fine la creazione di un nuovo essere umano non è mai decisa da noi, ma da qualcuno che sta al di sopra di noi. E il bambino nato è la prova che questo qualcuno è entrato in azione, quindi esiste.

Esiste allora un destino speciale per ogni essere umano, esiste un fine per ogni vita.

La nascita è un momento solenne non solo perché segna un inizio, ma perché segna anche una fine: è stato creato un mortale, un essere destinato a morire. La solennità del momento è data anche da questa implicita — ma fortemente presente — evocazione della morte accanto alla vita nascente.

La prima cosa che si guarda in un bambino — anche oggi che in genere si sa già dagli esami a cui è stata sottoposta la madre durante la gravidanza — è il sesso. Anche oggi che è così poco politicaly correct parlare di maschio o femmina, oggi che in molti paesi c’è la possibilità di non segnare il sesso del neonato.

In quel momento il sesso interessa tantissimo perché poche cose al mondo rivelano il senso profondo della differenza sessuale come la nascita: solo una donna può mettere al mondo un altro essere umano e, cosa ancora più meravigliosa, non solo un essere umano uguale — come sarebbe nel caso di una partenogenesi — ma anche un essere di sesso diverso. Si tratta di una capacità sconvolgente, di un potere così fondamentale, per ogni società umana, che ha determinato negli uomini la forte necessità di garantirsene il controllo affermando il loro dominio sulle donne, un modo per impadronirsene.

Madonna dell’ascolto (2010, particolare)

Ogni nascita afferma a gran voce che l’idea che non esistano le differenze sessuali è una menzogna, una menzogna che si spiega solo con la necessità di nascondere il mistero di due diversi che diventano uno nel bambino, un mistero inquietante come tutti i misteri, un mistero che spiega il senso dell'alterità, la sua necessaria esistenza. Come ha scritto lo psicanalista gesuita Denis Vasse, il diritto a tutto nasce proprio dalla negazione di ogni differenza, che porta come conseguenza il disprezzo del dono che ha origine dalla differenza.

Nasce dalla difficoltà di concepire l’origine, cioè che due non facciano che uno divenendo tre, cosa inconcepibile per la ragione umana: «l’origine che la fonda — scrive Vasse — è il buco, l’abisso che la rimette costantemente in questione» (Vasse, Le temps du dèsir, Seuil, 1997).

Il neonato quindi non è un giocattolo, un grazioso bambolotto, ma un essere che rappresenta forze potenti e misteriose, che ricorda a ogni essere umano che la vita è un mistero, che accoglierlo veramente vuol dire ancora una volta interrogarsi sul senso del vivere e del morire, vuol dire affacciarsi sull’abisso, senza avere paura.

di Lucetta Scaraffia

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09 dicembre 2018

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