Avviso

Questo sito utilizza cookies...
I cookies sono piccoli file di testo che aiuto a migliorare la sua esperienza di navigazione nel nostro sito. Navigando in ogni parte di questo sito lei autorizza l'utilizzo dei cookies. Maggiori informazioni sulla policy dei cookies visualizzando le Condizioni di utilizzo.

Il viaggio di capo Raoni
per difendere l’Amazzonia

· Il leader indigeno è in missione in Europa per denunciare la deforestazione e lo sfruttamento indiscriminato ·

Dal 13 maggio, il capo indigeno Raoni Metuktire ha lasciato il suo piccolo villaggio di Kayapó, nel cuore del Mato Grosso, per incontrare, nel giro di tre settimane, diversi capi europei. Il leader caciaco ha scelto alcune città simbolo del vecchio continente: luoghi diametralmente opposti rispetto alla ventina di case che costellano la riserva brasiliana del fiume Xingu, eppure profondamente vicini in nome di una causa comune: la tutela del creato. È sull’onda di un’ottica orientata all’ecologia integrale, in cui l’umanità si figura sotto uno stesso tetto, che Raoni sensibilizzerà l’Europa sul fragile equilibrio in cui versa, negli ultimi tempi, la foresta amazzonica.

Il primo ad accoglierlo è stato, lunedì scorso, il ministro dell’Ambiente francese, François de Rugy. Oggi pomeriggio sarà il turno del presidente della Repubblica francese, Emmanuel Macron. Nei giorni seguenti, Raoni farà tappa in Belgio, Svizzera, Lussemburgo, Principato di Monaco e Italia.

Secondo quanto dichiarato dall’organizzazione «Forêt Vièrge», istituita nel 1989 per sensibilizzare l’opinione pubblica sulle minacce contemporanee a cui sono esposte le popolazioni indigene, e di cui Raoni è presidente onorario, lo scopo del tour europeo del leader indigeno è quello di raccogliere la somma di un milione di euro da stanziare nella salvaguardia delle riserve amazzoniche del Brasile, da secoli casa di svariate comunità indigene. Raoni spera, inoltre, di sensibilizzare le istituzioni e l’opinione pubblica su un problema che da anni affligge l’area panamazzonica: la deforestazione. «La somma raccolta sarà devoluta per la definizione dei margini della foresta e per l’acquisto di droni e altre tecnologie utili a monitorare la sorveglianza nell’intera area» ha specificato l’organizzazione in una nota. Il fenomeno della deforestazione, che ha ridotto in maniera evidente la riserva amazzonica dal 2004 sino ad oggi, è un problema evidente in America Latina.

Negli ultimi due anni, la scomparsa di ampi settori della foresta amazzonica ha raggiunto livelli esorbitanti, favoriti da una legislazione ambientale poco rigida. Secondo «Imazon», un osservatorio indipendente che monitora la deforestazione in tutta l’ecoregione amazzonica, soltanto nel settembre scorso sono stati sradicati alberi in un’area estesa oltre 444 chilometri quadrati: l’84 per cento in più rispetto al settembre 2017. Quasi la metà della deforestazione mondiale si verifica in quello che gli esperti chiamano «arco di deforestazione»: una regione situata lungo il versante meridionale della foresta pluviale, che interseca il cuore dell’ecoregione brasiliana Cerrado, laddove si concentra la maggiore biodiversità del pianeta. Stando a «Imazon», la causa principale del fenomeno è da imputare agli allevamenti intensivi richiesti dal mercato: monitorando l’intero 2018, studi recenti hanno rilevato un picco della deforestazione nello stesso periodo in cui il Brasile ha macellato quasi 32 milioni di capi di bestiame — il livello più alto dal 2014: di tutta l’area che è stata toccata dalla deforestazione in Amazzonia nel 2013-2014, i pascoli occupano, infatti, oltre il 65 per cento. Il resto del suolo deforestato è destinato agli utilizzi più disparati, come la coltivazione intensiva di soia per la produzione di mangimi, di cui il Brasile è tra i maggiori produttori, con 42 milioni di ettari preposti. La coltivazione di soia, inizialmente concentrata nel Cerrado, negli ultimi anni si è innervata anche nell’entroterra del Mato Grosso: di conseguenza, sono state create infrastrutture che hanno alterato il paesaggio, come la strada BR163, e ulteriori tratti sono in fase di progettazione: una fitta rete di vie di comunicazione che minaccerebbe 48 aree indigene protette. La maggior parte della deforestazione è praticata in modo illegale ed effettuata con metodi invasivi, come gli incendi.

Raoni accusa le istituzioni di favorire lo sfruttamento dell’area verde del pianeta: secondo «Imazon», nel gennaio 2019, la deforestazione dell’Amazzonia ha raggiunto e superato il 54 per cento rispetto al gennaio 2018. Poco dopo la sua elezione, il presidente Jair Bolsonaro aveva definito la mappa delle riserve indigene come «sovradimensionata», specificando che «il nativo non può rimanere confinato in una zona delimitata come se fosse un animale da zoo». Un paragone inaccettabile agli occhi di Raoni che, poco prima della partenza per Parigi, ha denunciato ai microfoni dell’emittente «France 2»: «Se l’uomo bianco continua a distruggere l’Amazzonia, il mondo intero non avrà più ossigeno». Spiega Ritaumaria Pereira, analista di «Imazon» e ricercatrice, che la minaccia incombente sulla foresta amazzonica passa attraverso l’intento politico di ridimensionare la legislazione sulle aree protette e sulle terre indigene: «Ci aspettiamo che in futuro molte di queste aree saranno ridotte e altre, invece, consegnate ai land grabber privati» ha confessato.

Il 13 maggio scorso, il presidente Bolsonaro ha proposto la revoca dello status di area naturale protetta per la baia di Angra dos Reis, nello stato di Rio de Janeiro, per convertire la zona a un uso turistico: «La baia di Angra è una regione meravigliosa, con il mare chiaro, temperature miti, senza onde e ha centinaia di isole, molte delle quali con splendide spiagge, eppure non è possibile sviluppare il turismo perché gli “sciiti ambientalisti” hanno delimitato quella zona come una stazione ecologica Tamoios e ora non si può fare nient’altro lì», ha affermato il presidente nel corso di una intervista a «Radio Banderaindes». Per uscire dall’impasse, il governo punta ad adottare nuove soluzioni per consegnare l’area ad enti privati: «Qual è il primo passo? Abrogare il decreto che ha riconosciuto l’area come stazione ecologica. Non ci saranno problemi, al momento giusto i ministeri di Ambiente e Turismo daranno il loro ok e lo faremo», ha specificato Bolsonaro.

La resistenza di Raoni per la protezione delle terre amazzoniche non è recente. Le associazioni che monitorano l’ecosistema dell’area ammettono che già in passato sono state adottate misure che hanno causato la riduzione delle aree verdi nel paese. Come la foresta Jamanxim, minacciata dal progetto di costruzione della ferrovia Ferrogrão — letteralmente, «ferrovia del grano» — che a dispetto del nome dovrebbe rendere più agevole e vantaggioso il trasporto della soia dal Mato Grosso all’Oceano Atlantico. Se attuato, il progetto taglierebbe in due la regione amazzonica. Per i critici, dunque, l’attuale situazione acuisce un problema presente da anni. Stando alle dichiarazioni rilasciate nei mesi scorsi da alcuni esponenti di governo, i programmi relativi all’Amazzonia sono radicali: subordinare il ministero dell’Ambiente a quello dell’Agricoltura; ridurre i finanziamenti e le attività dell’Agenzia federale di controllo ambientale (Ibama), istituzione deputata alla salvaguardia delle aree verdi; dare il via libera all’estrazione mineraria anche nei territori indigeni; perseguire i progetti di strade e ferrovie che attraversano l’Amazzonia.

L’equilibrio nella regione amazzonica non riguarda, tuttavia, solo la salvezza della foresta. La contesa sulla terra colpisce indigeni, popolazioni quilombolas e piccoli coltivatori alle prese con la criminalità organizzata legata alla deforestazione, al traffico illegale di terre, di legname, carne, pelli e risorse minerarie provenienti dalla foresta. L’ultimo rapporto sulla violenza contro i popoli indigeni del Brasile, presentato nell’ottobre scorso dal Consiglio indigenista missionario, denuncia un «aumento sistematico e continuo delle violenze» contro i popoli autoctoni che abitano nelle riserve indigene. Le violenze, che sovente coinvolgono anche bambini, negli ultimi tempi sono dirette anche verso gli attivisti dell’ambiente. Molti di questi vengono presi di mira proprio per il loro interesse al monitoraggio dei danni inflitti alla foresta dai cantieri attualmente aperti. Lo scorso marzo, per esempio, il noto attivista locale Paulo Sérgio Almeida Nascimento, dirigente dell’associazione «Cainquirama», è stato assassinato nella sua abitazione a Barcarena. Come ha dichiarato il cardinale Cláudio Hummes in una recente intervista a «La Civiltà Cattolica», «i dati sulla violazione dei diritti umani, sugli assassinii, sulla criminalizzazione dei difensori dei diritti sono innegabili». E i numeri messi in luce dall’ultimo rapporto dell’Ong Global Witness sono eloquenti: con 46 attivisti uccisi in gran parte dell’area amazzonica soltanto nel 2017, il Brasile detiene da anni un triste primato.

di Marco Grieco

EDIZIONE STAMPATA

 

IN DIRETTA

Piazza S. Pietro

24 agosto 2019

NOTIZIE CORRELATE