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​Il vescovo muto che ruppe il silenzio

· ​Jules-Geraud Saliege di fronte alla persecuzione degli ebrei ·

Il 10 novembre 1956, a Tolosa, capitale di una regione francese abituata alle dispute tra cristiani e anticlericali, si assistette a una scena poco comune. Quel giorno, sotto le volte romaniche della cattedrale di Saint-Ėtienne, cattolici, comunisti e socialisti si sedettero fianco a fianco davanti alla bara di un uomo di Chiesa che aveva saputo conquistare l’ammirazione di tutti con la sua resistenza durante la guerra: il cardinale Jules-Géraud Saliège, arcivescovo di Tolosa dal 1928 fino alla sua morte. La testimonianza migliore di quella giornata straordinaria è quella di Jean Guitton, grande amico di Saliège. «Quella mattina a Tolosa c’è stato uno di quei momenti, ormai molto rari nella vita delle nazioni, in cui l’unione degli animi si ricrea attorno a un uomo per una sorta d’incantesimo e i poteri, le idee smettono di contrapporsi» raccontò il filosofo e scrittore. «Sembrava di essere tornati all’epoca pre-Medioevo, quando la città prendeva coscienza di sé nel seppellire il corpo del vescovo che l’aveva difesa contro il barbaro».

Il cardinale Jules-Géraud Saliège arcivescovo di Tolosa

Quel barbaro, all’inizio degli anni quaranta era l’invasore nazista. Una genia che monsignor Saliège detestava, contro la quale si pronunciò pubblicamente e dalle cui grinfie salvò molti ebrei. Un atteggiamento raro nell’episcopato francese dell’epoca, che valse al prelato il conferimento da parte del generale de Gaulle della Médaille de la Résistance, la nomina nel 1945 a Compagnon de la Libération e poi, nel 1969, a titolo postumo, l’attribuzione della medaglia e del diploma d’onore di Giusto fra le Nazioni dall’istituto Yad Vashem di Gerusalemme. Diversi anni dopo, nel 2006, gli è stato reso omaggio all’università cattolica di Tolosa e al Capitole, alla presenza dell’arcivescovo monsignor Le Gall, ma anche del cardinale Poupard e del sindaco della città.
«Perché monsignor Saliège, che Pio XII creò cardinale nel 1946, attira ancora l’attenzione delle autorità religiose e civili?» si è chiesto in quell’occasione lo storico cattolico Yves-Marie Hilaire. «La risposta è semplice: Jules-Géraud Saliège redasse una lettera pastorale che fece leggere dai suoi parroci il 23 agosto 1942, in cui scrisse che “gli ebrei son uomini. Le ebree sono donne. Gli stranieri sono uomini, le straniere sono donne”» ha detto lo studioso. «Non tutto è permesso contro di loro, contro questi uomini, contro queste donne, contro questi padri e queste madri. Fanno parte del genere umano. Sono nostri fratelli, come tanti altri. Un cristiano non può dimenticarlo» scrisse monsignor Saliège in quella lettera. «Oggi tutto ciò ci sembra evidente — ha commentato Hilaire — ma all’epoca in cui il regime di Vichy consegnava gli ebrei ai tedeschi che li deportavano, quelle parole sconvolsero un’opinione pubblica fino ad allora indifferente alla sorte degli ebrei».
La stesura di quella lettera pastorale, il suo testo più noto, trae origine da fatti precisi. All’inizio di agosto del 1942, l’arcivescovo di Tolosa riceve la visita di Thérèse Dauty, un’assistente sociale, sconvolta dalla scena a cui aveva appena assistito nei campi di Noë e di Récébédou, dove sono raccolti ebrei e tedeschi antinazisti, campi che il prelato l’aveva incaricata di seguire: per la prima volta, bambini, donne, uomini vengono presi e condotti a Drancy, nella regione parigina, punto di partenza dei treni della morte. L’arcivescovo, che aveva già condannato più volte il nazismo, prende la penna e scrive di getto un testo breve ma efficace, frutto del suo talento affilatosi nel corso degli anni, dopo che nel 1932 era stato colpito da una paralisi del bulbo rachidiano che si era progressivamente estesa a tutto il corpo, privandolo — lui che era dotato di una notevole eloquenza — dell’uso della parola.
Poco prima delle frasi sopra citate, monsignor Saliège afferma: «C’è una morale cristiana. C’è una morale umana che impone doveri e riconosce diritti. Questi doveri e questi diritti appartengono alla natura umana. Vengono da Dio. Non possono essere violati. Non è in potere di nessun mortale sopprimerli» E insorge: «Che bambini, donne, uomini, che padri e madri siano trattati come un vile gregge, che i membri di una stessa famiglia siano separati gli uni dagli altri e portati via, verso una destinazione sconosciuta, è toccato al nostro tempo vedere questo triste spettacolo. Perché nelle nostre chiese non esiste più il diritto di asilo? Perché siamo dei vinti?».
Secondo padre Jean-François Galinier Pallerola, specialista di storia religiosa contemporanea all’Institut catholique di Tolosa, «le parole di Saliège colpiscono nel segno perché sono personali, mettono i puntini sulle i; il suo non è un testo di compromesso tra una maggioranza di vescovi pro-Vichy e una minoranza anti-Vichy». E all’Osservatore Romano sottolinea: «Nel clima della Francia del 1942, dove c’è una sorta di silenzio delle élite a causa della repressione e dell’occupazione, le parole del vescovo hanno un impatto straordinario; bisogna immaginare l’attesa e il silenzio dell’epoca per comprendere l’eco di quelle parole, ancor più perché trasmesse dalla resistenza, amplificate, utilizzate politicamente. Di fatto, nonostante il decreto prefettizio che ne impediva la diffusione e la lettura da parte dei parroci della diocesi, la Lettre sur la personne humaine di monsignor Saliège circola presto dappertutto, letta dai pulpiti, passata di mano in mano tra i membri della resistenza, e addirittura trasmessa all’estero attraverso la Bbc.
All’epoca i principali focolai di resistenza spirituale del sud della Francia si trovano nella diocesi di Tolosa, ricorda padre Pallerola. L’alter ego di monsignor Saliège, «rude montanaro, prudente e scaltro, che non esce allo scoperto», è monsignor Bruno de Solage, il rettore dell’Institut catholique di Tolosa, «aristocratico generoso e imprudente — sarà deportato in Germania nel 1944 — capofila di un gruppo di preti intellettuali piuttosto liberali, repubblicani, contrari a Pétain, in ogni caso molto antitedeschi». 


di Charles de Pechpeyrou

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18 agosto 2019

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