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Il velo divide
la Corte europea

· Dopo il ricorso di una donna francese che indossava l’hijab ·

Vietare o non vietare il velo islamico alle donne che lavorano in un’azienda privata non è solo un dilemma etico per gli amministratori, ma è anche un tema giuridicamente controverso per la stessa Corte di giustizia europea.

Tanto che i suoi avvocati generali, i cui pareri vengono normalmente ripresi dalle sentenze della Corte, stavolta sul tema sono divisi e hanno emesso conclusioni opposte. Sta quindi ora ai giudici della Corte di Lussemburgo fare chiarezza sulla questione e fissare la linea. La contraddizione — riferisce l’agenzia Ansa — è emersa mercoledì scorso, quando l’avvocato Eleanor Sharpston ha pubblicato le conclusioni sul caso di una donna musulmana, Asma Bougnaoui, assunta nel 2008 in Francia come ingegnere progettista dalla Micropole, una società di consulenza informatica. La donna, quando lavorava, a volte indossava un velo islamico che le copriva il capo. Ma quando uno dei clienti si è lamentato, l’azienda le ha chiesto di non metterlo più. La signora Bougnaoui si è rifiutata ed è stata licenziata: la società sosteneva che il rifiuto rendeva impossibile lo svolgimento delle sue mansioni in rappresentanza dell’impresa. La donna ha quindi fatto ricorso alla giustizia francese, che a sua volta ha chiesto il parere della Corte di giustizia europea. Infatti l’hijab, il velo islamico che copre i capelli e il collo della donna, è ammesso nell’Unione europea a differenza del burqa e del niqab che lasciano intravedere solo gli occhi.

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23 ottobre 2019

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