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Il velo di Tamar

Il racconto dell’avventuradi Tamar, nel capitolo 38 del libro della Genesi, si presenta, fin dall’inizio, come una serie di colpi di scena enigmatici se non ci si sforza di cercarne il filo conduttore. È necessario, per seguire la logica dello sviluppo di questa storia, soffermarsi sulla condotta molto particolare di Giuda che ne è l’ispiratore. Leggiamo la Scrittura: «In quel tempo Giuda si separò dai suoi fratelli e si stabilì presso un uomo di Adullam, di nome Chira. Qui Giuda vide la figlia di un cananeo chiamato Sua, la prese in moglie e si unì a lei». Così Giuda prese in moglie una donna che non apparteneva alla sua tribù, da un clan cananeo estraneo al ceppo abramitico.

Francesco Hayez, «Tamar» (1847, particolare)

Tornano allora in mente l’amarezza di Isacco e di Rebecca e la raccomandazione di Isacco a Giacobbe: «Tu non devi prender moglie tra le figlie di Canaan» (Genesi, 28, 1). Ma che cosa significa per Giuda separarsi dai propri fratelli, quando si allea con un clan cananeo? Si ritrova qui la caratteristica del sacerdote: l’uomo che si separa dai suoi fratelli per dedicarsi a Dio. Mosè dirà di Levi, che si distacca per esercitare le funzioni cultuali: «A lui che dice del padre e della madre: “Io non li ho visti”, che non riconosce i suoi fratelli (…). Essi (…) custodiscono la tua alleanza» (Deuteronomio, 33, 9). Dio separerà Israele, il popolo eletto, dalle altre nazioni (cfr. Levitico, 20, 26). Giuda si sarebbe dunque separato dai suoi fratelli per considerazioni religiose. Si sarebbe unito a una famiglia di sacerdoti cananei, unici sacerdoti nell’ambito dei figli di Israele prima di Mosè. Ricordiamo che i capi tribù, Giuseppe e Mosè, hanno entrambi sposato figlie di sacerdoti. Questo, ovviamente, prima che ci fossero sacerdoti nella discendenza di Abramo. Non ci si aspettava da parte di questi due ebrei che progettassero di sposare delle donne estranee ai loro clan e per di più figlie di sacerdoti. Giuseppe, figlio di Giacobbe, riceverà in moglie, dalle mani del faraone, Asenet, figlia di Potifera, il sacerdote di On. Avrà da lei i figli di cui Giacobbe dirà: «Sia ricordato in essi il mio nome e il nome dei miei padri, Abramo e Isacco» (Genesi, 48, 16). Mosè sposerà Zippora, la figlia di Reuel, detto Ietro, il sacerdote di Madian. I figli che lei darà a Mosè si faranno carico della tribù di Levi per il servizio del tempio che Dio, attraverso di essa, edificherà. I figli di Abramo avevano conservato il ricordo della relazione esistita tra il patriarca e Melchisedec, re di Salem (l’antica Gerusalemme in Canaan) e sacerdote di Dio altissimo (cfr. Genesi, 14, 18-19). Abramo gli aveva dato la decima di tutto in quanto suo padre sacerdotale voluto da Dio. Giustificava così il suo ministero, ma una sola volta, come per attestare che la sua missione volgeva al termine: poiché Dio aveva stretto un’alleanza con lui, Abramo, e a lui e alla sua discendenza il paese di Canaan era stato dato in eredità per sempre (cfr. Genesi, 13, 15; 17, 8). Tra i dodici capi tribù Giuda, separato dai suoi fratelli come colui che aspira alla vocazione del sacerdozio, riceverà la profezia di una regalità sacerdotale che non può non ricordare quella di Melchisedec. Giacobbe, il patriarca, formulerà sul capo di Giuda la benedizione del discendente che eserciterà il potere sovrano nel compimento di una missione regale e sacerdotale. A lui «è dovuta l’obbedienza dei popoli (…) lava nel vino la veste e nel sangue dell’uva il manto». È un’espiazione attesa per la vigna che Dio ha piantato, a Salem e a Sion. A causa di questo discendente e «finché verrà colui al quale esso appartiene», «non sarà tolto (…) il bastone del comando tra i suoi [di Giuda] piedi» (Genesi, 49, 10-12). Torniamo al testo dove si vede come Giuda è attento a ottenere i frutti genealogici di ciò che ha intrapreso. La moglie sua concepisce e partorisce Er, Onan e Sela (cfr. Genesi, 38, 1-5). Giuda dà Tamar in sposa a Er, il primogenito. Ma questi muore. «Allora Giuda disse a Onan [il suo secondogenito]: “Unisciti alla moglie del fratello, compi verso di lei il dovere di cognato e assicura così una posterità per il fratello”. Ma Onan sapeva che la prole non sarebbe stata considerata come sua (…) disperdeva per terra (…). Ciò che egli faceva non fu gradito al Signore, il quale fece morire anche lui» (Genesi, 38, 8-10). «Allora Giuda disse alla nuora Tamar: “Ritorna a casa da tuo padre, come vedova, fin quando il mio figlio Sela sarà cresciuto”. Perché pensava: “Che non muoia anche questo come i suoi fratelli!”. Così Tamar se ne andò e ritornò alla casa del padre» (Genesi, 38, 11). Giuda temeva che Sela fosse altrettanto ostile al suo dovere di cognato. Meraviglia che Giuda faccia osservare il dovere del levirato che sarà codificato tra gli ebrei, figli di Sem, solo dopo l’uscita dall’Egitto, ossia diverse generazioni dopo. Ma Dio stesso punisce qui il fratello che vuole sottrarsi a questa legge. Notiamo che Abramo dichiarerà a proposito di Sara, sua moglie: «Essa è veramente mia sorella, figlia di mio padre, ma non figlia di mia madre» (Genesi, 20, 12), il che non sorprende il suo interlocutore cananeo. È quindi il segno che suo padre Terach, sposo di sua madre, oltre a sua madre, aveva sposato la vedova leviratica di suo fratello morto senza lasciare figli, dalla quale aveva avuto una figlia, Sara. Quando Abramo la prende in moglie, lei è quindi per lui sorella e sposa. D’altro canto, già nel giardino dell’Eden, quando l’uomo riceve la donna creata dalla sua costola, quella sposa della sua stessa carne è anche sua sorella. La figura della sorella sposa è dunque già lì. Si capisce che questa circostanza particolare abbia avuto come conseguenza la creazione di un ordine genealogico complesso. Per rimediare alla dispersione del patrimonio, l’uomo prenderà moglie all’interno del clan. Inoltre, nel caso di un erede morto senza lasciare figli, il fratello perpetuerà il suo nome sposandone la vedova, della stessa carne, con la quale creerà una discendenza. Era molto importante per Abramo trasmettere nel clan l’eredità profetica, in particolare la profezia di Noè a favore di Sem, suo antenato, e a scapito di Canaan (cfr. Genesi, 9, 29). Continuiamo a leggere il racconto. È passato molto tempo, Sela è diventato grande, ma Tamar si accorge che suo suocero si rifiuta di offrirla in sposa al suo terzogenito. È allora che interviene con un colpo di scena. Trova l’occasione per ordire uno stratagemma e ottenere l’atteso concepimento da un seme della stirpe di Giuda. Dunque la figlia di Sua, moglie di Giuda, sua cognata, muore. Una volta consolatosi, trascorso il tempo del lutto, Giuda si recò alla festa della tosatura del suo gregge. Tamar venne avvertita. «Allora Tamar si tolse gli abiti vedovili, si coprì con il velo» (38, 14) e si sedette lungo la strada percorsa da Giuda, pensando certamente che egli si sarebbe inebriato. «Giuda la vide e la credette una prostituta, perché essa si era coperta la faccia (...). Le disse: “Lascia che io venga con te!”. Non sapeva infatti che era sua nuora. Ella disse: “Che mi darai per venire con me?”. Rispose: “Io ti manderò un capretto del gregge”» (38, 17). Tamar come precauzione gli chiese un pegno: «“Il tuo sigillo, il tuo cordone e il bastone che hai in mano”. Allora Giuda glieli diede e si unì a lei. Essa concepì da lui. Poi si alzò e se ne andò; si tolse il velo e rivestì gli abiti vedovili» (38, 19). Sapendo che cosa stava per fare, Tamar chiede il pegno che è in un certo senso la firma di Giuda, come espressione simbolica della vocazione regale di colui il cui bastone del comando non sarà tolto tra i suoi piedi. Ricevendo cortesemente questo pegno dalle mani di Giuda, Tamar poteva interpretare il gesto come un incoraggiamento di Dio, una profezia segreta. E forse senza quel pegno non avrebbe avuto l’audacia di andare fino in fondo. «Giuda mandò il capretto per mezzo del suo amico di Adullam, per riprendere il pegno dalle mani di quella donna, ma quegli non la trovò. Domandò agli uomini di quel luogo: “Dov’è quella prostituta che stava (…) sulla strada?”. Ma risposero: “Non c’è stata qui nessuna prostituta”. (...) Circa tre mesi dopo, fu portata a Giuda questa notizia: “Tamar, la tua nuora, si è prostituita e anzi è incinta a causa della prostituzione” — certamente è Tamar stessa che fa giungere la notizia alle sue orecchie — e Giuda disse: “Conducetela fuori e sia bruciata!”» (38, 20-24). Tamar fa allora esaminare gli oggetti presi in pegno e Giuda confuso dirà: «“Essa è più giusta di me, perché io non l’ho data a mio figlio Sela”. E non ebbe più rapporti con lei» (Genesi, 38, 26). Va ricordato qui che Giuda, nel venire a conoscenza della prostituzione di Tamar, vuole farla bruciare. Ecco cosa dice la legge: «Se la figlia di un sacerdote si disonora prostituendosi, disonora suo padre; sarà arsa con il fuoco» (Levitico, 21, 9). Che questa legge venga applicata a Tamar perché si è prostituita è il segno che è la figlia di un sacerdote cananeo. Ebbene, il fatto che Giuda possa punirla pubblicamente, ossia legittimamente, è a sua volta il segno che prima di Mosè i sacerdoti di Canaan avevano il dovere, come pure le loro figlie, di osservare tale legge. L’atteggiamento di Tamar mostra che condivide con Giuda la stessa comprensione della fede. Come figlia di un sacerdote cananeo è attenta alle promesse fatte ai patriarchi. Cacciata dal clan di Giuda, arriverà a esporsi, a rischiare l’ignominia e la morte. Ma Tamar sembra aver percepito una benedizione nascosta nella natura del pagamento della sua prostituzione: non denaro, ma un capretto, un animale sacrificale del gregge di Giuda. Ciò si addice a Tamar travestita da prostituta, quale simbolo della sua nazione nelle sue prostituzioni. È comunque in piena giustizia che concepisce con suo suocero, ed è Giuda stesso a riconoscerla più giusta di lui. Se tale è la testimonianza di Giuda, che dire di Dio che permette l’inatteso epilogo di questa avventura, nonostante l’ardire di Tamar che ricorre a mezzi contrari alla moralità religiosa dell’uomo pio, cananeo o ebreo? Dio ha dunque esaudito la richiesta della figlia del sacerdote cananeo che voleva, con tutta l’anima, l’alleanza con il clan di Giuda, figlio di Abramo. Se Tamar fosse stata condannata per prostituzione, sarebbe stata arsa viva. Giuda doveva consegnare un agnello, un capo del suo gregge, in cambio del pegno ricevuto. Ma poiché Tamar è giustificata in quanto nuora di Giuda che porta nel proprio grembo i suoi eredi, quell’animale del piccolo gregge promesso a Tamar alla fine deve esser restituito al clan di Giuda. Quell’agnello non è allora per Giuda un semplice animale preso dal suo gregge, ma piuttosto il presagio della nuova vittima sacrificale che egli attende perché Dio si è impegnato con Abramo, nel quale saranno benedette tutte le nazioni della terra (Genesi, 12, 3). Giuda meritava la profezia del nuovo sommo sacerdote che Dio voleva far nascere nella discendenza dei patriarchi, ma ciò non sarebbe accaduto senza la pressante richiesta della cananea, figlia del sacerdote cananeo.

di Marie Besançon

                     l’autrice

Nata nel 1932 e battezzatasi il giorno di Pasqua del 1975, la biblista Marie Goldstyn in Besançon è stata rifugiata negli Alti Pirenei durante la seconda guerra mondiale. Tra i suoi libri ricordiamo «L’affaire de David et Bethsabée et la généalogie du Christ» (1997), «Le Fils de l’homme et l’épouse: la figure nuptiale du Cantique des Cantiques» (2003), «Le péché originel et la vocation d’Adam l’homme sacerdotal» (2007), «Marie l’Immaculée conception» (2011), «Si Dieu est bon, pourquoi la mort? Quand l’intelligence cherche la foi» (2014).

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15 dicembre 2019

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