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​Il Vasari ritrovato

Il Cristo portacroce, capolavoro di Giorgio Vasari realizzato nel 1553 per il banchiere e collezionista Bindo Altoviti e recentemente riscoperto da Carlo Falciani, viene esposto per la prima volta al pubblico nella Galleria Corsini di Roma, in Palazzo Corsini alla Lungara (fino al 30 giugno). Il dipinto rappresenta uno dei vertici della produzione dell’artista aretino ed è uno degli ultimi che Vasari realizzò a Roma prima della sua partenza per Firenze per entrare al servizio di Cosimo I de’ Medici, l’acerrimo nemico di Bindo Altoviti. Un capolavoro che è stato lo storico dell’arte Carlo Falciani, specialista del Cinquecento e dell’opera vasariana, a riconoscere come uno degli ultimi dipinti romani dell’artista di corte di Cosimo I, l’unico dei quattro che Vasari realizzò con un soggetto analogo, rinvenuto, identificato e adesso finalmente pronto per essere esposto al pubblico.

Di questa opera, come era solito fare, Vasari parla nelle sue Ricordanze dove scrive: «Ricordo come a dì XX di maggio 1553 Messer Bindo Altoviti ebbe un quadro di braccia uno e mezzo drentovi una figura dal mezzo in su grande, un Cristo che portava la Croce che valeva scudi quindici d’oro». Si tratta di un dipinto il cui soggetto, in quegli anni, riscuoteva molta fortuna, se è vero che Vasari stesso lo replicò altre tre volte, una delle quali commissionata da Ersilia de’ Cortesi per la cappella di famiglia, durante lo stesso mese.

Il dipinto, passato nel Seicento nella collezione Savoia, era da tempo considerato perduto finché non è stato identificato in questa tavola comparsa di recente a un’asta ad Hartford, negli Stati Uniti. Un recupero davvero straordinario che consente oggi di esporre al pubblico il capolavoro vasariano grazie alla generosità dei suoi attuali proprietari. In occasione della mostra, è previsto un ciclo di conferenze sull’opera e sulla figura dell’artista; il catalogo, per i tipi Officina Libraria, è stato curato da Barbara Agosti e Carlo Falciani.

Ma come si capisce che la mano è davvero quella di Vasari? Falciani ha messo a confronto la figura di Cristo, con la sua postura inclinata verso sinistra, con altre realizzate dal pittore aretino. In questo modo ha scoperto che Vasari pare riproporre in questa tavola come Cristo Portacroce la posa studiata per la figura di un giovane servitore nella tavola con il Banchetto di Convito di Ester e Assuero, dipinta per il refettorio del convento delle Sante Fiora e Lucilla ad Arezzo, la sua città natale, nel 1548-1549.

Il modello si rivela ancora più evidente nel foglio preparatorio del Convito che è conservato alla National Gallery of Scotland di Edimburgo — la cui presenza è stata segnalata al Falciani dalla storica dell’arte Barbara Agosti — con la figura di un ragazzo sbarbato che alza il braccio e la mano verso la spalla.

La medesima posa è stata più volte usata da Vasari in differenti opere, variando le vesti o il profilo, oppure rovesciando in senso speculare la figura. Ritorna anche nella figura di un servitore che fa parte della composizione dell’Omaggio degli ambasciatori a Lorenzo il Magnifico, al centro della sala a lui dedicata a Palazzo Vecchio, che fu realizzata tra il 1556 e il 1558. La posa viene poi riproposta in un apostolo sulla sinistra dell’Assunzione della Vergine, dipinta nel 1568 per la Badia Fiorentina, e infine in uno dei pastori, con berretto e agnello, dell’Adorazione conservata al Chazen Museum of Art, a Madison (Wisconsin), che era stata eseguita per la chiesa di Santo Stefano in Pane a Firenze fra il 1570 e il 1571. Vasari era infatti solito realizzare le sue opere usando modelli già adoperati in altri suoi lavori.

Riguardo invece all’attribuzione di questo dipinto, tra le quattro opere vasariane dedicate al soggetto del Cristo Portacroce, alla collezione Bindo Altoviti, la ragione sembra trovarsi nelle dimensioni dell’opera. Nelle Ricordanze è lo stesso Vasari a dare le misure di questa commissione descrivendo il quadro di “braccia uno e mezzo”, misure che possono corrispondere soltanto a questo dipinto del Cristo, visto che altre due sono più piccole e la terza è, invece, più grande. Amico dell’arte e degli artisti, Bindo Altoviti (1491-1556) è il prototipo dell’uomo di corte rinascimentale, dedito alle arti non meno che agli affari. Stimato da Michelangelo, che gli regalò uno dei cartoni della volta della Sistina, venne ritratto da Raffaello, Benvenuto Cellini, Francesco Salviati e Jacopino del Conte.

Il suo celebre palazzo romano, presso ponte Sant’Angelo, nella roccaforte del commercio bancario dell’urbe, era «riccamente ornato di anticaglie e altre belle cose», tra cui le decorazioni ad affresco eseguite sempre da Giorgio Vasari. Fiero sostenitore della fazione antimedicea, Bindo Altoviti fu condannato in contumacia da Cosimo i e morì a Roma nel 1556.

di Rossella Fabiani

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22 agosto 2019

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