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Il Vangelo come lievito
dell’incontro tra le fedi

· Il significato della missione della Chiesa dal concilio Vaticano II a Papa Francesco ·

Offro alcuni spunti soltanto sul tema della missione oggi che mi sono suggeriti dalla frequentazione di due contesti: la maturazione — nella prospettiva della Chiesa cattolica — della coscienza del significato della missione dal concilio Vaticano II a Papa Francesco; l’esperienza singolare di incontro, che stiamo vivendo tra cristiani cattolici e musulmani sciiti, nel programma di studio e di ricerca «Wings of Unity» tra l’Istituto Universitario Sophia di Loppiano e il Risalat International Institute di Qum, in Iran, grazie alla collaborazione col dottor Muhammed Shomali. Si tratta di un’esperienza e di un cammino che condividono l’ispirazione del «Documento sulla fratellanza umana per la pace mondiale e la convivenza comune» firmato da Papa Francesco e dal Grande Imam di Al-Azhar, Ahmad Al-Tayyib, ad Abu Dhabi il 4 febbraio scorso.

Parto con una citazione dall’enciclica programmatica di Paolo VI Ecclesiam suam, del 1964, a un anno dalla chiusura del Vaticano II, nella quale vengono strettamente collegati tra loro: il risveglio della coscienza più profonda e autentica della Chiesa, l’impegno per il rinnovamento che ne deve nascere, il dialogo come via privilegiata per vivere la missione di cui la Chiesa è investita, anzi che la Chiesa stessa è. Scrive Paolo VI: «Né la custodia, né la difesa esauriscono il dovere della Chiesa rispetto ai doni che essa possiede. Il dovere congeniale al patrimonio ricevuto da Cristo è la diffusione, è l’offerta, è l’annuncio, ben lo sappiamo: “Andate, dunque, istruite tutte le genti” (Matteo, 28, 19) è l’estremo mandato di Cristo ai suoi Apostoli. Questi nel nome stesso di Apostoli definiscono la propria indeclinabile missione. Noi daremo a questo interiore impulso di carità, che tende a farsi esteriore dono di carità, il nome, oggi diventato comune, di dialogo» (n. 66).

Si tratta di un testo di capitale importanza, un testo — direi addirittura — che segna un decisivo passo in avanti nel nostro tempo nella coscienza dell’identità missionaria della Chiesa, di cui solo ora cominciamo a misurare tutto il significato e tutte le conseguenze. È un’ispirazione, infatti, questa di Paolo VI, che reindirizza lo sguardo della Chiesa cattolica sul centro vivo del Vangelo di Gesù per comprendere e vivere — da esso — se stessa.

Sottolineo tre cose soltanto. Innanzi tutto, il fatto che è la coscienza di avere ricevuto un dono da Dio, in Gesù, indirizzato a tutta l’umanità ciò che spinge la Chiesa alla missione. In secondo luogo, che questo fatto — l’essere portatrice di un dono, che è la testimonianza dell’amore di Dio per l’uomo e il creato — impegna la Chiesa a vivere la missione come la condivisione di tale dono con uno stile che ne dia prova, uno stile tutto fatto di amore: per questo, la missione — per Paolo VI — si chiama dialogo, in quanto implica appunto incontrarsi, colloquiare, rispettarsi e anzi amarsi reciprocamente. Come insegna la costituzione dogmatica del Vaticano II sulla Divina Rivelazione, Dei verbum: «Piacque a Dio nella sua bontà e sapienza rivelarsi in persona e manifestare il mistero della sua volontà (cfr. Efesini, 1, 9) (…). Con questa Rivelazione infatti Dio invisibile (cfr. Colossesi 1, 15; 1 Timoteo 1, 17) nel suo grande amore parla agli uomini come ad amici (cfr. Esodo, 33, 11; Giovanni, 15, 14-15) e si intrattiene con essi (cfr. Baruc 3, 38), per invitarli e ammetterli alla comunione con sé» (n. 2). In terzo luogo — come precisa il Vaticano II — che la Chiesa non è né il punto di partenza né il punto di arrivo della missione: il punto di partenza è l’amore di Dio e il punto di arrivo, e cioè il fine della missione, è il “Regno di Dio” (secondo il kerygma di Gesù stesso): e cioè la vita degli uomini secondo il disegno d’amore di Dio.

L’ispirazione di Paolo VI è stata un seme fecondo che — nonostante incomprensioni e resistenze — ha portato tanti frutti in questi oltre 50 anni. Così ce l’ha restituita Papa Francesco il 21 giugno scorso, a Napoli: «Al centro c’è l’evangelizzazione, che non vuol dire proselitismo. Nel dialogo con le culture e le religioni, la Chiesa annuncia la Buona Notizia di Gesù e la pratica dell’amore evangelico che Lui predicava come una sintesi di tutto l’insegnamento della Legge, delle visioni dei Profeti e della volontà del Padre. Il dialogo è anzitutto un metodo di discernimento e di annuncio della Parola d’amore che è rivolta a ogni persona e che nel cuore di ognuno vuole prendere dimora. Solo nell’ascolto di questa Parola e nell’esperienza dell’amore che essa comunica si può discernere l’attualità del kerygma. Il dialogo, così inteso, è una forma di accoglienza».

Per descrivere il significato di queste parole di Papa Francesco — che esprimono un frutto e un ulteriore approfondimento dell’insegnamento del Vaticano II e di Paolo VI — sottolineo quattro cose: la prima che riguarda la relazione teologica che lega due slogan coniati da Papa Francesco per esprimere il kairós della missione della Chiesa oggi, come sfida e come chance; le altre tre che descrivono il perché?, il come? e il dove? di un’assunzione pertinente e promettente di questa sfida e di questa chance.

Il primo slogan definisce la Chiesa come “Chiesa in uscita”, nel senso radicale che essa, la Chiesa, nasce e vive sempre e solo “fuori di sé”. Questo slogan vuole esprimere un’intelligenza performativa della Chiesa secondo cui la missione è la sua ragion d’essere. Nel senso che la Chiesa è segno e strumento dell’avvento del Regno di Dio di tanto in quanto lo condivide e lo promuove con e per tutti. Il tracciato che va dal Vaticano II alla Evangelii nuntiandi (1975) di Paolo VI, alla Redemptoris missio (1990) di Giovanni Paolo II, alla Evangelii gaudium (2013) di Papa Francesco ha in effetti concentrato progressivamente l’attenzione della Chiesa non su che cos’è il Vangelo del Regno di Dio, ma su come accade, su come “ad-viene” il Regno di Dio nella storia.

Il secondo, altrettanto incisivo slogan mette a fuoco il segno epocale del nostro tempo: l’umanità, oggi, vive non semplicemente un’epoca di cambiamento ma un cambiamento d’epoca. Tale cambiamento, complessivo e radicale, porta con sé la necessità di un cambio di paradigma nell’interpretazione performativa della realtà capace di battere in breccia la dittatura strisciante e onnivora del paradigma tecnocratico e a rispondere, efficacemente e urgentemente, alla situazione in cui l’umanità oggi di fatto versa: una terza “guerra mondiale a pezzi”.

Ora, queste due realtà (“Chiesa in uscita” e “cambiamento d’epoca”) sono dinamicamente correlate in quanto coinvolgono, in uno, la Chiesa e le altre comunità religiose e le diverse espressioni culturali dell’umanità in una sfida che è la decisiva chance dell’oggi. Papa Francesco la descrive con un terzo slogan: attraversare la soglia della “cultura dell’incontro”. Il che significa, da parte della Chiesa, corrispondere al fatto che essa è la sua missione quando, uscendo, condivide il Vangelo del Regno di Dio come lievito e catalizzatore dell’incontro tra le religioni e le culture in Gesù. Ma: perché? come? dove? Ecco le tre domande cui — come discepoli di Gesù — dobbiamo dare risposta.

Innanzi tutto: perché? Si tratta di sviscerare con l’ascolto dell’esperienza e la fatica del concetto, l’intelligenza di questo kairós che è insieme l’impegno prioritario della Chiesa oggi per vivere con responsabilità, in obbedienza a Dio e a servizio dell’umanità, questa «nuova tappa evangelizzatrice» (Evangelii gaudium, 1) che implica una profonda “riforma” di se stessa (Evangelii gaudium, 27). Mi limito a impostare la questione.

Ogni autentica cultura — e, in modo specifico, le tradizioni religiose che s’incarnano in diverse espressioni culturali — è, per sé, particolare/universale: particolare, perché esprime qui, ora, in questo popolo, l’avventura dell’umano in cui si realizza il suo avvento progrediente sotto l’azione dello Spirito di Dio; universale, perché ogni autentica cultura, in quanto appunto esprime l’umano, in e per ciò stesso è aperta da dentro di sé a tutto l’umano nella concretezza e pluriformità delle sue diverse espressioni. Ora, il Vangelo dell’avvento del Regno di Dio, in Gesù, è per sé a servizio dell’umano in quanto esso attinge in cammino ciò verso cui è dinamicamente in tensione in una prospettiva che è al tempo stesso particolare e universale. Pertanto, il Vangelo dell’avvento del Regno nella forza dello Spirito Santo si manifesta ed esprime per ciò che è e opera secondo tre dinamiche: la dinamica del dentro, in quanto non solo non è esterno a nessuna religione e cultura, ma è destinato a vivere in essa, a starci dentro, ad abitarci come a casa propria; la dinamica dell’oltre, in quanto rende incisiva e impellente la spinta intrinseca a ogni cultura ad aprirsi e trascendersi, la dinamica del “tra”, in quanto è chiamato a mettere in relazione ogni cultura con le altre, predisponendo lo spazio in cui ciò può con frutto accadere.

In questa luce, Papa Francesco parla di “cultura dell’incontro”, propiziata dall’incontro tra le diverse religioni e culture nello Spirito dell’avvento del Regno di Dio. Ma come si dà questo? In altri termini come deve esprimersi la missione della Chiesa “in uscita” per propiziare questo processo del “dentro”, dell’“oltre”, del “tra”? Le tre dinamiche appena descritte, per essere attivate, chiedono atteggiamenti spirituali e pastorali, psicologici e sociologici specifici, che offrano le coordinate fondamentali della riforma della figura della Chiesa di cui oggi si avverte l’urgenza. Perché è evidente che la figura di Chiesa che abbiamo ereditato, e che in gran parte ancora disegna l’identità e la missione del nostro vivere la Chiesa, risponde a uno stadio storico-culturale del suo sviluppo e della sua missione ormai tramontato.

Il primo atteggiamento è quello descritto dall’Apostolo Paolo (cfr. 1 Corinzi, 9, 19-23): “farsi uno”, e cioè entrare, non tatticamente o estrinsecamente, ma con simpatia e realmente, nel soffio dello Spirito, dentro la pelle di ogni espressione dell’umano: perché il Vangelo del Regno di Dio è di casa solo nell’intimità più profonda e creativa di ogni cultura. Il secondo atteggiamento è quello teso a promuovere l’espressione di ciascuna religione e cultura nella sua particolarità, nel suo purificarsi da ciò che non è conforme al disegno di Dio, nel suo aprirsi e trascendersi nell’incontro con le altre culture per diventare così pienamente se stesse in Gesù. Si tratta di rispettare la libertà, i tempi, i modi in cui ogni religione e cultura esprime dinamicamente se stessa in relazione con le altre, rispondendo alla sua più intima vocazione. Il terzo atteggiamento è quello di predisporre il luogo in cui l’incontro tra le religioni e le culture può accadere: è questa la vocazione “mariale” della missione della Chiesa, e cioè lo stile che la missione deve imparare e essere da Maria, la Madre del Verbo fatto carne: offrire il grembo verginale e immacolato in cui ogni religione e cultura possa partorire da sé, nel soffio dello Spirito, l’unica Parola di Dio rivestita della parola specifica di quella religione e di quella cultura nel discorso umano che essa articola insieme con le altre culture.

Infine — un’ultima cosa — dove questo può accadere? È evidente che ha da accadere ovunque, in tutte le espressioni delle diverse religioni e culture, in quanto si tratta di un cambio di paradigma che tutti ci tocca e interpella. Ma, strategicamente, è altrettanto evidente che un ruolo cruciale è giocato dall’esperienza e dalle istituzioni di formazione, di studio, di ricerca. Si tratta — così Papa Francesco — di «una grande sfida culturale, spirituale e educativa che implicherà lunghi processi di rigenerazione» (Laudato si’, 202). La celebrazione del “Global Compact of Education”, il 14 maggio del prossimo anno, è per tutti una grande chance in questa direzione.

di Piero Coda

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23 ottobre 2019

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