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Valzer di mondi paralleli

· L’Inghilterra di inizio Novecento nella serie tv «Downton Abbey» ·

Downton Abbey è una danza continua tra due mondi paralleli che si sfiorano senza toccarsi mai: gli aristocratici da una parte e i loro dignitosi servitori dall’altra. Ognuno al proprio posto, nella stessa grande casa, rispettosi l’uno dell’altro e obbedienti alle stesse regole. Gli eleganti componenti della famiglia Crawley di fronte ai loro valletti, camerieri, domestiche, governanti, sguattere e maggiordomo, sempre impeccabili nei tempi e nei modi. Gli uni come gli altri immersi in un’Inghilterra di inizio Novecento che splendida è dir poco, nel verde secolare di uno Yorkshire fermo e pulito, nella pietra ordinata dei suoi borghi incastonati in un paesaggio che culla la magnifica tenuta dei signori.

Violet Crawley interpretata da Maggie Smith

Re Edoardo non c’è più, ci sarà la Grande guerra e poi mille altre cose, piccole e grandi di un unico incontenibile cambiamento. I nobili si muovono con morbida lentezza, nella cucina dei lavoratori c’è gran ritmo e frenesia. Ma in quanto a potenza si smarriscono le differenze: chi comanda conta come chi esegue, in fatto di forza espressiva, profondità e valore narrativo i titoli non contano, servi e padroni condividono un’identica capacità di emozionare, affascinare e sedurre.

Julian Fellowes, già genio al cinema con Gosford Park di Robert Altman (2001), concede la sua preziosa penna alla miglior televisione, e se quel meraviglioso film gli valse meritatamente un Oscar, nell’indigestione di premi fatta da Downton Abbey c’è tanto del suo, anche se, a essere precisi e giusti, va menzionato quel Upstairs Downstairs degli anni Settanta dove già interagivano servitori e serviti e da cui il gran talento di Fellowes ha tratto ispirazione; lì la narrazione partiva dal 1903, mentre la prima immagine di Downton Abbey inquadra un telegrafo che annuncia l’affondamento del Titanic.

È il 15 aprile del 1912, e il nastro di partenza di una sceneggiatura articolata ma agilissima, la quale — sottobraccio a una meticolosa attenzione per ambienti e costumi — consente a quest’importante period drama di restituire la dimensione di un’epoca, con la storia grande, quella dei manuali, che si impasta coi cambiamenti di mentalità e con le trasformazioni economiche, con il cinema, la musica e la radio che fanno capolino nella narrazione, con l’ampliamento delle differenze di vedute tra giovani e anziani, al di là della classe di appartenenza.

Mai tuttavia l’affresco storico di Downton Abbey eclissa i personaggi: il suo pulsante scenario ha il dono della discrezione, sa indietreggiare e concedere a questi la luce del proscenio, lo spazio per le riflessioni vive oltre il loro tempo. Spesso sostenuti da formidabili interpretazioni, tutti i protagonisti portano con loro una credibile personalità, ognuno ha quelle che la governante Hughes chiama «piccole e grandi ferite della vita, visibili e invisibili» o che Robert Crawley definisce «capitoli di noi stessi che vorremmo non pubblicare, ma che tutti abbiamo».

Non ci sono i buoni da una parte e i cattivi dall’altra, in questa serie che — come l’altrettanto valida The Village — risale un’importante fetta di secolo breve non solo britannico, ma gli splendori e le miserie umane si infilano in entrambi i mondi, in ogni piano della scala sociale. Quasi tutti, però, ricchi e poveri di quella stessa cultura, avvertono la pressione della storia che avanza: con lo scorrere delle puntate patiscono (chi più che meno) l’alzarsi di un vento instancabile che capovolgerà le zolle del loro terreno, preparandolo a una nuova stagione.

di Edoardo Zaccagnini

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24 febbraio 2018

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