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Il topo e il colpo di tosse

· «Storia di Ásta» di Jón Stefansson ·

Appena si apre un libro di Jón Kalman Stefansson ci si sente a casa, immersi nei soliti temi cari all’autore islandese: la vita, la morte, che le è strettamente legata, quella dell’uomo e quella dei suoi amici animali, la scrittura, l’arte, la sua importanza essenziale in qualche modo salvifica, la storia di tutti coloro che sono senza nome: anche se in questo caso non si tratta proprio di un romanzo corale.

 L’illustrazione sulla copertina del libro

Eppure nell’ultimo romanzo Storia di Ásta (Milano, Iperborea, 2018, pagine 480, euro 19,50) c’è qualcosa di diverso: la presenza dell’autore che spesso si inserisce a parlare di persona in spirito e in corpo. Forse è questa ultima la nota più singolare, questo quasi aggrapparsi alla concretezza della vita — che non mancava anche prima ma si dava per scontato nel suo manifestarsi — come una sorta di motivo apotropaico contro la morte, che è in fondo sempre la vera protagonista, una morte che non è orrore, tragedia, ma lenta e triste dimenticanza, abbandono naturale e incomprensibile di questo mondo

C’è la poesia, come sempre in Stefansson, c’è la scrittura. «I libri di poesie sono diventati rari nelle librerie, dove invece trovi un bell’assortimento di pulcinella di mare di peluche, e poi un grande tavolo posizionato nel posto migliore con i volumi di maggior richiamo, quelli che ci parlano in modo più forte e più chiaro: i gialli appena usciti, i manuali di cucina, i libri che ci aiutano a dormire meglio».

Ma, a noi sembra, c’è anche la crudezza, quel suo realismo che lo rende così legato alla vita, qui e ora, «perché la vita degli esseri umani non è lunga, in sé e per sé non è molto più lunga dello spazio che separa il giorno dalla notte». È sempre questo il motivo, l’ossessione potremmo dire che guida tutti i lavori di Stefansson.

Nella primissima pagina, una sorta di prefazione, già troviamo: «Dammi un nome, e la morte mi troverà meno facilmente». Più avanti leggiamo: «Tutte quelle cose che esistevano e che riempivano il mondo, sì, che costituivano il nostro mondo, e che oggi sono completamente sparite. Cancellate. Tutti i rumori spenti. Come se nessun gatto avesse mai fatto le fusa, i bambini non avessero mai gridato di gioia, nessuno avesse mai riso nell’appartamento accanto, tutto cancellato. A parte qualche vecchia foto in bianco e nero, lettere che ingialliscono e poi si perdono, ricordi che appassiscono e poi muoiono […] Il tempo cancella tutto. È una legge implacabile. Cancellerà anche te. Sessanta, settant’anni trascorsi su questa terra, cancellati come un malinteso. Quindi non abbiamo altro scopo nella vita se non nascere, dare qualche colpo di tosse, e poi morire? E la vita, che ci sembra così immensa da sostenere da sola il cielo, in fin dei conti non è altro che un topo che sfreccia sul pavimento della cucina in un giorno di ottobre e poi chi lo vede più?».

Sembra quasi che lo scrittore non abbia più quella certezza che gli permetteva di vivere oltre la morte attraverso il ricordo scritto, attraverso le parole, tema carissimo a lui e centro di tutte le sue opere precedenti.

Parlando della tata di Ásta che è morta, lo scrittore usa parole assai simili a quelle che usava sempre in questi casi, ma senza avere più la certezza ottimistica di chi scrive per fermare i ricordi, la memoria delle persone e delle cose: «Sono in pochi a ricordarla e nemmeno internet ne ha conservato qualche traccia […] Lo so che è normale, che non c’è da aspettarsi altro, e che è così per la maggior parte di noi. Veniamo dimenticati. I più spariscono totalmente e nessuno si ricorda di loro. È sempre stato così e così sarà per sempre. Ma ciò non toglie che sia doloroso. Che sia ingiusto».

Siamo lontani dal racconto di Bàrður che in Paradiso e Inferno muore perché non ha indossato la cerata preso dalla lettura di un verso del Paradiso perduto di Milton, dove il senso era quello di risuscitare Bàrður dalla morte, fare irruzione nel regno dei morti armato di parole. Comunque il messaggio del romanzo, come risulta da una delle ultimissime pagine, forse non è positivo come in precedenza perché non coinvolge la scrittura come certezza di sopravvivenza, ma è pur sempre consolante in quanto inno disperato d’amore per la vita.

di Sabino Caronia

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07 dicembre 2019

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