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Scommettere sui giornali di carta

Era il 1975 quando la rivista «Bloomberg Businessweek» preconizzava, senza riserve e tentennamenti, la morte della carta stampata entro gli anni novanta: una profezia che non solo non si è avverata, ma che potrebbe vedere presto capovolto il suo inclemente verdetto. Lo testimonia il lungo articolo di Michele Masneri pubblicato recentemente su «Il Foglio» e intitolato Follie per la carta. Viene infatti messo in evidenza come negli ultimi tempi si stia assistendo a un revival dei giornali cartacei grazie alle strategie di mercato realizzate, ironia della sorte, da grandi imprenditori, i quali hanno intuito i grandi vantaggi che possono derivare, in termini economici, dall’alleanza tra capitale e carta stampata. Questa controtendenza rispetto alla presunta crisi che colpirebbe i giornali di carta è stata incarnata, nei giorni scorsi, da Marc Benioff, imprenditore di spicco della Silicon Valley, che ha acquistato, di tasca sua, il prestigioso «Time Magazine». Quella di Benioff non è che l’ultima operazione mirata all’acquisto di giornali: il primo è stato Mike Bloomberg, già sindaco di New York, che nel 2009 aveva comprato «Businessweek». Sono seguiti a ruota Jeff Bezos che nel 2013 ha rilevato il «Washington Post» e la vedova di Steve Jobs, Laurene, che nel 2015 ha acquistato l’«Atlantic», il più antico mensile statunitense. E questa estate un medico, che ha fatto fortuna con startup sanitarie, ha comprato il «Los Angeles Times». Insomma, come rileva l’autore dell’articolo, gli imprenditori, a vari livelli e con diverse competenze, sono sempre più colpiti dal morbo dei giornali di carta (che si volevano sepolti per sempre) perché anzitutto offrono ampie garanzie per fare un buon affare: costano poco e non rischiano la cancellazione che invece incombe sulle informazioni custodite con la strumentazione digitale, sempre esposte al rischio di problemi tecnici, non di rado letali. In questo scenario spicca quel paradosso evidenziato di recente dalla giornalista Kara Swisher che sul «New York Times» ha sottolineato come negli ultimi tempi i più interessati ai giornali si stiano rivelando proprio gli imprenditori del digitale, ovvero «quelli che praticamente hanno rischiato di ucciderli». Forse, osserva Masneri, «si tratta di una nemesi: come Netflix che dopo aver sterminato i cinema, adesso ritorna in sala, vincendo i festival dedicati alle pellicole». Nessuno di questi imprenditori, stando almeno a quanto si legge nell’articolo del «Foglio», ha fatto riferimento al valore sentimentale che si lega alla carta in quanto tale (al riguardo il discorso vale anche per il libro). Forse sarebbe troppo chiedere a persone miliardarie, con il bernoccolo per gli affari, di nutrire un debole per l’odore della carta, che ha invaso e impreziosito tante pagine dei classici della letteratura. Quell’odore che tanto piaceva a Julien Sorel, da giovane divoratore di libri, protagonista de Il rosso e il nero, e che ispirava alte riflessioni a lord Darlington, che — nel romanzo Quel che resta del giorno — legge ogni mattina il «Times» dopo che il suo fedele servitore Steven ne ha lisciato le impercettibili pieghe con un ferro da stiro. Stando alle ultime tendenze, o meglio, alle ultime controtendenze, tale odore sembra destinato a tornare in grande stile. Con buona pace dei fanatici del digitale.

di Gabriele Nicolò

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21 ottobre 2019

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