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Il tesoro e la creta

· Messa mattutina del Pontefice nella residenza di Rio ·

A Rio come Papa Francesco celebra la mattina, prima di iniziare la sua attività quotidiana,  la messa alla quale partecipano di volta in vota diversi fedeli. Questa mattina, venerdì 26 luglio, ha celebrato con i suoi confratelli gesuiti nella sua residenza di Sumaré.

Ieri, giovedì 25,  aveva celebrato la messa nella cappella della residenza del seguito, alla quale avevano  partecipato anche un folto gruppo di presuli, sacerdoti e  seminaristi brasiliani. La fragilità umana, o meglio la consapevolezza della fragilità umana davanti all’immensità del mistero di Dio, era stato l’argomento di riflessione proposto all’omelia, pronunciata in spagnolo. Siamo come vasi di creta che custodiscono un tesoro immenso:  guai dimenticarlo, perché si finirebbe per illudersi di essere qualcosa che non si è e dunque di cedere a quelle lusinghe che fanno tanto male alla Chiesa.

Si tratta di un rischio che tocca tutti, anche i vescovi. E il Pontefice lo ha precisato  prendendo spunto dalla prima lettera di san Paolo, il quale «per spiegare il mistero dell’Incarnazione non aveva parole. Doveva andare avanti smontando i sistemi ideologici che non spiegavano bene questo grande mistero. Doveva lottare contro le correnti più gnostiche che venivano dagli esseni o contro il pelagianesimo nominalista della corrente fariseo-ortodossa». Non sapeva, ma «si muoveva sempre fra due cose: la grandezza di Gesù Cristo, che chiamava “mio Signore”, e la nostra bassezza, di quelli che lui aveva scelto per annunziare il Vangelo».

Dunque al centro della questione sta la tensione che nasce tra la consistenza del tesoro donato e la fragilità del contenitore, «un semplice vaso di creta». Un argomento che riguarda «tutti noi, consacrati, religiosi, sacerdoti, vescovi», ha detto il Pontefice, perché «abbiamo ricevuto un regalo» e tutti «siamo vasi di creta». Il problema è dunque non perdere l’equilibrio in questa tensione. Può capitare infatti che uomini e donne, anche di Chiesa, «che ricevono il dono, sanno che sono di creta, ma nell’arco della vita si entusiasmano in modo tale che si dimenticano di essere di creta o si dimenticano che il dono è un dono grande. Allora questa tensione perde l’equilibrio che ci fa tanto bene».  È così che subentra la tentazione di «truccare il vaso di creta: dipingerlo, abbellirlo. Quindi noi cominciamo a ingannare noi stessi e a credere che non sia più di creta».

Anche gli apostoli a un certo punto caddero nell’inganno mondano, tanto da cominciare a discutere su chi fosse il più importante. Ma   «Gesù li frena: “Tra voi non è così: il servo è quello che serve”». La Chiesa «ha sofferto molto — ha detto Papa Francesco in proposito — e soffre molto ogni volta che uno dei chiamati a ricevere il tesoro in vaso di creta accumula tesoro, si dedica a cambiare la natura della creta e crede di essere migliore, di non essere più di creta». Siamo di creta «fino alla fine, da questo non ci salva nessuno. Ci salva Gesù a modo suo, ma non alla maniera umana del prestigio, delle apparenze, di avere dei posti rilevanti. Qui nasce il carrierismo nella Chiesa che fa tanto male».

Ma come rendersi conto  del pericolo che si avvicina? Per capirlo, ha detto il Santo Padre, basta pensare a come ci confessiamo e verificare se realmente ci mettiamo di fronte alla verità «detta da noi stessi».  E come riconoscere la grandezza del dono? Domandandosi, ha spiegato il Pontefice,  se siamo capaci di adorare Gesù  e se lo adoriamo. Dunque,  ha concluso, «come ci confessiamo ci indicherà se abbiamo coscienza di essere di creta; e come preghiamo, se adoriamo nella preghiera, ci dirà che abbiamo coscienza che questo è un dono, è un grande regalo».

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