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Il tesoro
delle comuni radici

· ​A vent’anni dalla «Orientale lumen» ·

Il 2 maggio 1995, festa di sant’Atanasio il Grande, vescovo di Alessandria nel IV secolo, Giovanni Paolo II firmava la lettera apostolica Orientale lumen per la ricorrenza centenaria di un’altra lettera apostolica, l’Orientalium dignitas di Leone XIII. 

Sant'Atanasio il grande,  scuola cretese del XVI secolo

A vent’anni di distanza vorrei accennare ad alcuni aspetti importanti della lettera di Giovanni Paolo II, soprattutto nella sua prima parte. Nell’introduzione il Papa accenna ai motivi della lettera: il centenario dell’Orientalium dignitas, la constatazione dei passi fatti in questi cento anni, passi verso la conoscenza e l’incontro tra oriente e occidente. Il testo mette in evidenza come a partire dalla Pentecoste avvenuta a Gerusalemme, «madre di tutte le Chiese» — un’espressione importante in bocca al vescovo di Roma — tutte le Chiese cristiane, nella loro autenticità e pluriformità, ritrovano la forza dello Spirito per la ricerca costante dell’armonia tra di loro. L’Orientale lumen insiste sulla piena comunione necessaria tra i cristiani che nasce dalla loro chiamata a predicare Cristo agli uomini: «Le Chiese di oriente e di occidente sono chiamate a concentrarsi sull’essenziale, cioè il cedere il passo al ravvicinamento e alla concordia».

Nella prima parte del testo il Papa sottolinea la necessità da parte dell’occidente di conoscere l’oriente cristiano, conoscerne l’esperienza di fede, il mistero della sua vita in Cristo. E accenna alla diversità e complementarità tra oriente e occidente, in quanto hanno indagato la stessa verità rivelata e lo stesso mistero a partire da metodi e prospettive diverse. L’occidente deve ascoltare le Chiese dell’oriente e avvicinarsi a queste Chiese, alla loro tradizione: oriente e occidente sono un mosaico opera del Creatore. Il Papa fa notare come l’oriente mette in evidenza la partecipazione del cristiano alla natura divina mediante la comunione al mistero della Santa Trinità. Questa comunione si realizza attraverso la liturgia, specialmente attraverso l’eucaristia. E in questo cammino di divinizzazione, l’Orientale lumen propone il modello dei martiri, dei santi e della Madre di Dio: «In questo cammino di divinizzazione ci precedono coloro che la grazia e l’impegno nel cammino del bene ha reso “somigliatissimi” a Cristo: i martiri e i santi. E tra questi un posto tutto particolare occupa la Vergine Maria, dalla quale è germogliato il virgulto di Jesse. La sua figura è non solo la Madre che ci attende, ma anche icona della Chiesa, simbolo e anticipo dell’umanità trasfigurata dalla grazia».

L’Orientale lumen dedica poi tutto un paragrafo alla trattazione del tema della tradizione: l’importanza del rapporto tra presente, passato e futuro. L’oriente offre un forte senso di continuità, dalla tradizione all’attesa escatologica. La tradizione come patrimonio della Chiesa di Cristo, memoria viva del risorto incontrato e testimoniato dagli apostoli che hanno trasmesso il ricordo vivente ai loro successori, in una linea ininterrotta che è garantita dalla successione apostolica, attraverso l’imposizione delle mani, fino ai vescovi di oggi. Tradizione ancora vista dalla lettera come memoria del risorto, che mantiene la Chiesa vegliante nella memoria di Cristo sposo; la tradizione quindi è la memoria viva della sposa conservata eternamente giovane dall’amore che la abita. E l’Orientale lumen insiste sull’inserirsi nella tradizione della Chiesa in quanto memoria, e sul mostrare agli uomini la bellezza di questa memoria (e di questa tradizione), la forza che viene dallo Spirito che ci fa testimoni, figli di testimoni, cioè radicati in una schiera di martiri e di santi, che ci hanno preceduto e con cui siamo, in questa memoria, legati.

Per ben otto paragrafi il documento tratta il tema del monachesimo o, se si vuole, contempla la vita monastica come modello della vita cristiana. Sottolinea la centralità del monachesimo in oriente, sicché diventa punto di riferimento per tutti i cristiani. E qui troviamo uno dei paragrafi centrali del documento che giustifica appunto la trattazione della vita monastica: «I forti tratti comuni che uniscono l’esperienza monastica d’Oriente e d’Occidente fanno di essa un mirabile ponte di fraternità, dove l’unità vissuta risplende persino più di quanto possa apparire nel dialogo fra le Chiese». Il testo mette in evidenza tre aspetti fondamentali del monachesimo cristiano: luogo della lode di Dio, luogo della carità, luogo della ricerca di Dio. Tre aspetti, e proprio in questa progressione. Al monaco viene chiesta dapprima la lode, il ringraziamento a Dio, poi la carità verso il fratello, quindi il terzo aspetto, forse quello più importante, che è alla base dei due primi: la ricerca di Dio. La vita del monaco viene così presentata tra due poli: l’ascolto della Parola di Dio — e qui il termine «ascolto» va al di là della semplice accezione letterale per divenire assimilazione del monaco alla Parola — e l’eucaristia. La Parola è nutrimento della vita del monaco, la Parola lo configura a Cristo, perché la Parola è Cristo. Questo ascolto/assimilazione della Parola avviene specialmente nella liturgia, attraverso i testi biblici e innografici che sono una parafrasi del testo sacro. L’eucaristia è l’altro asse della vita del monaco, eucaristia come luogo dove la Parola si fa carne, luogo della piena configurazione con Cristo — la partecipazione ai santi misteri ci fa consanguinei di Cristo — e luogo anche escatologico in quanto anticipa l’appartenenza alla Gerusalemme celeste. Come conseguenza, in questo paragrafo la vita monastica viene presentata come la vita cristiana nella sua pienezza liturgica: un’unica dimensione celebrativa, dall’ascolto della Parola alla comunione coi santi misteri. La liturgia è quindi vista come luogo della piena divinizzazione dell’uomo e del creato. Proprio nella liturgia, dunque, il creato trova il suo senso pieno: il creato viene permeato da Cristo e proprio allora ne sgorga la sacramentalità della Chiesa. Il documento integra un aspetto essenziale della liturgia, delle Chiese sia di oriente che di occidente, cioè la sua dimensione di bellezza: «In questo quadro la preghiera liturgica in Oriente mostra una grande attitudine a coinvolgere la persona umana nella sua totalità: il mistero è cantato nella sublimità dei suoi contenuti, ma anche nel calore dei sentimenti che suscita nel cuore dell’anima salvata. Nell’azione sacra anche la corporeità è convocata alla lode, e la bellezza, che in Oriente è uno dei nomi più cari per esprimere la divina armonia e il modello dell’umanità trasfigurata, si mostra ovunque: nelle forme del tempio, nei suoni, nei colori, nelle luci, nei profumi».

Un ultimo aspetto della prima parte dell’Orientale lumen che vorrei mettere in evidenza è il sottolineare come questa configurazione con Cristo avviene attraverso un processo di conversione a partire da un triplice dono di Dio: il dono delle lacrime, il silenzio e il distacco dall’orgoglio «nella coscienza del proprio peccato e della lontananza dal Signore, che si fa compunzione del cuore, simbolo del proprio battesimo nell’acqua salutare delle lacrime; nel silenzio e nella quiete interiore». La lettera mette in luce ancora un aspetto centrale per la conoscenza dell’oriente cristiano, cioè il fatto che esso ha mantenuto sempre l’unità tra la spiritualità e la teologia. Quest’unità viene sottolineata particolarmente nel monachesimo come vita teologica: immersa cioè nelle verità della fede, quest’unità si realizza per mezzo della configurazione a Cristo. Unità tra teologia e spiritualità che sfocia anche in un’antropologia molto positiva, legata al mistero dell’incarnazione. E in questo contesto l’Orientale lumen sottolinea ancora il luogo del silenzio come via per percepire il mistero di Dio. Silenzio necessario come via per la teologia, per la preghiera, per la predicazione, per l’impegno nel mondo, per l’uomo, cioè per ascoltare l’altro. In un testo che vent’anni dopo continua a far vedere come «le parole dell’Occidente hanno bisogno delle parole dell’Oriente perché la Parola di Dio manifesti sempre meglio le sue insondabili ricchezze».

di Manuel Nin

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19 settembre 2019

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