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Il tesoro della fede

· Nel film «Silence» di Scorsese la storia dei cristiani perseguitati ·

«Per me tutto si riduce alla questione della grazia. La grazia avviene nel corso della vita. E viene quando non te l’aspetti». Così diceva di sé Martin Scorsese, in un’intervista pubblicata su «La Civiltà Cattolica». Era il dicembre 2016, e il grande regista newyorkese aveva appena partorito Silence, la sua opera ispirata — con una gestazione durata decenni — dall’omonimo romanzo dello scrittore giapponese Shusaku Endo, pubblicato nel 1966.

Quando un genio incrocia e si fa ispirare dall’opera di un altro genio, la progressione esponenziale può scatenare effetti smisurati. Col suo film ha riproposto l’avventura dei missionari gesuiti e dei “cristiani nascosti” nel Giappone del 1600, colta nel momento in cui su quelle comunità imperversano le persecuzioni cruente ordinate dagli shogun. Una vicenda piena di suggestioni paradigmatiche anche per l’attuale condizione della Chiesa nel mondo, e di cui si potrà far tesoro anche in occasione della visita del vescovo di Roma in terra giapponese.

Il film, come il romanzo, prende le mosse dalla vicenda del gesuita portoghese Cristóvão Ferreira, “colonna” delle missioni cattoliche in Giappone, fino a quando non si sparge la notizia che proprio lui, sottoposto alle torture, ha abiurato la fede cristiana. Due suoi giovani allievi gesuiti, il portoghese Sebastião Rodrigues e lo spagnolo Francisco Garupe, vengono mandati in Giappone per verificare se le notizie sul loro antico maestro sono vere, o se si tratta di maldicenze. Così i due giovani religiosi si trovano catapultati tra le vicissitudini di contadini e pescatori battezzati, che vivono la loro fede di nascosto, cercando di sfuggire ai sospetti delle autorità locali, sempre a caccia di cristiani da costringere all’abiura attraverso supplizi atroci e perversi (anche uno dei due gesuiti arrivati dall’Europa, lo spagnolo Garupe verrà martirizzato).

Il film di Scorsese, senza fare discorsi, cattura e racconta per immagini, silenzi e parole la fede di poveri contadini pescatori delle isole giapponesi, colta nei suoi tratti germinali. I due gesuiti, costretti a nascondersi di giorno, esercitano di notte la loro missione sacerdotale. In quella situazione così insostenibile, il film riesce a rappresentare anche la gioia dei cristiani “nascosti” per l’arrivo di sacerdoti che possono celebrare l’eucaristia e assolvere i peccati. La crudezza di certi passaggi del film racconta con grande forza espressiva anche la fantasiosa perversione con cui gli aguzzini escogitano nuovi supplizi per estorcere ai cristiani il rinnegamento della fede. Metodi come la “tortura del pozzo”, nella quale i condannati vengono infilati a testa in giù in dei pozzetti, con piccole ferite aperte dietro l’orecchio, da dove il sangue cola goccia a goccia, per una lunga e terribile agonia che lascia il moribondo cosciente fino alla fine. Ma il film, sulle orme del romanzo, fa emergere nei dialoghi serrati tra i protagonisti anche il pregiudizio tutto intellettuale che alimenta tanta immotivata ferocia: il teorema secondo cui l’annuncio cristiano “non può” incontrare il cuore dei giapponesi, giudicato impermeabile per ragioni ancestrali e culturali alla fede in Cristo.

Il postulato ideologico che ci siano popoli e terre “incompatibili” con il cristianesimo, dove il seme del Vangelo per sua stessa natura, non può e non potrà mai attecchire, rappresenta il rovescio dei preconcetti ideologici secondo cui l’espansione del cristianesimo può avvenire solo attraverso assimilazioni e colonizzazioni di ordine culturale.

L’esperienza dei “cristiani nascosti” giapponesi raccontata da Scorsese — e rievocata più volte anche nel magistero di Papa Francesco — rappresenta una delle più potenti smentite storiche ai pregiudizi intellettuali di tutti quelli che (anche per vie in apparenza contrastanti) riducono il cristianesimo a cultura, e negano le vie misteriose con cui Cristo stesso e il suo Spirito possono raggiungere e consolare i cuori umani in ogni tempo e in ogni luogo, in qualsiasi condizione essi si trovino. Scorsese racconta con immagini laceranti, senza addolcimenti agiografici, il martirio di poveri contadini e pescatori ignoranti rappresentati come sconfitti, vittime di un sacrificio consumato nell’apparente silenzio di Dio.

Nei poveri cristiani giapponesi messi a morte quando rifiutano di fare apostasia non c’è nessun auto-compiacimento di eroismo umano. C’è solo la totale immedesimazione dei loro supplizi con la passione di Cristo. In termini mondani, tutto nel film sembra procedere verso la rovina, un disastro di cui fanno parte anche lo scandalo del gesuita Rodrigues davanti alle sofferenze senza motivo dei poveri. Una catastrofe che comprende anche i fallimenti e le cadute di chi abiura e tradisce i fratelli.

A tradire i due padri gesuiti e a farli catturare dai persecutori è Kichijiro, cristiano pusillanime che più di una volta, nel corso della vicenda, fa apostasia, per poi chiedere ogni volta perdono dei tradimenti. E padre Rodrigues non respinge mai le sue richieste di essere perdonato tramite il sacramento della confessione. Così Scorsese, sulle orme di Shusaku Endo, rende testimonianza a modo suo anche alla natura sacramentale della Chiesa, e al Signore che ha scelto di guarire attraverso i sacramenti proprio chi non è degno dei suoi doni.

L’intuizione artistica del mistero cristiano che scorre nel film di Scorsese si manifesta con potenza nell’epilogo della vicenda raccontata. Dopo l’arresto, gli aguzzini impongono al gesuita Rodrigues di calpestare la “fumie”, la tavoletta di legno che raffigura Gesù, se vuole salvare con quel gesto di formale e pubblica apostasia cinque dei suoi amici condannati al supplizio del pozzo. Glielo chiede con argomenti suggestivi che fanno appello a carità e misericordia anche Cristóvão Ferreira, l’ex maestro gesuita divenuto apostata, che i funzionari giapponesi utilizzano come strumento di pressione per “guadagnare” abiure da altri missionari.

Rodrigues tocca con mano le sue impotenze. Si sgretola anche la sua certezza di essere pronto a dare la vita per Cristo. Ma proprio il gesto sacrilego che attesta pubblicamente la sua apostasia, diviene per lui il momento del più intimo incontro con Cristo. Perché a convincerlo non sono i ragionamenti di Ferreira, ma è il volto stesso di Cristo, che dalla tavoletta messa davanti a lui per fargliela calpestare lo invita a non avere paura, e gli promette di prendere su di sé tutto il suo dolore di missionario fallito («Vieni avanti, calpestami. Comprendo il tuo dolore. Sono nato in questo mondo per condividere il dolore degli uomini. Ho portato questa croce per il vostro dolore. La tua vita è con me adesso»). Attraverso questo miracolo intimo, proprio quel gesto sacrilego diventa in realtà una ineguagliabile confessione di fede. E l’affidamento totale a Cristo, vissuto nel segreto del proprio cuore, fiorirà in una vittoria tanto potente quanto silenziosa.

Negli ultimi anni della sua vita, Paulo Rodrigues rimane per tutti un pubblico apostata, un prete che ha rinnegato la sua fede. Costretto a passare i suoi giorni in una specie di prigione dorata, con una moglie e un nome giapponesi imposti a lui dai suoi aguzzini. Che lo sbandierano come un trofeo del buon risultato delle loro persecuzioni. Eppure dettagli disseminati da Scorsese nella parte finale del film — e che non comparivano nel romanzo di Shusaku Endo — fanno intravedere che in quella condizione apparentemente stravolta, il suo cuore continua a essere consolato dall’amore di Cristo, perseverante fino alla fine. Alla sua morte, quando il suo corpo viene cremato secondo gli usi locali, Paulo stringe nella mano una piccola croce, posta all’insaputa degli aguzzini persecutori da qualcuno (la moglie?), che conosceva e condivideva la fede custodita nel suo cuore, nonostante tutto.

Così, con il suo film, Scorsese lascia intravedere che anche nel naufragio della vita del prete apostata Paulo, cristiano “nascosto”, Cristo riesce a far vibrare il respiro della sua dolce vittoria. E su questo punto, il genio del regista sembra superare il romanziere suo ispiratore, nel cogliere i connotati più intimi e vertiginosi dell’avventura cristiana.

Più tardi il segno storicamente riscontrabile della “vittoria” rimasta nascosta nel cuore di Rodrigues e di tanti battezzati giapponesi saranno proprio le comunità di “cristiani nascosti” che i missionari europei ritroveranno nelle isole del Giappone, due secoli dopo. Segno che le “radici” della Chiesa non possono essere tagliate, quando a nutrirle è la sorgente viva della grazia di Cristo: «Erano sopravvissuti con la grazia del loro Battesimo! Questo è grande: il Popolo di Dio trasmette la fede, battezza i suoi figli e va avanti. E avevano mantenuto, pur nel segreto, un forte spirito comunitario, perché il Battesimo li aveva fatti diventare un solo corpo in Cristo: erano isolati e nascosti, ma erano sempre membra del Popolo di Dio, membra della Chiesa» (Papa Francesco, Lettera all’inviato speciale alla celebrazione del 150° anniversario della scoperta dei “Cristiani nascosti del Giappone”, Nagasaki, 14-17 marzo 2015).

di Gianni Valente

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15 dicembre 2019

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