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Il terrore rosso

· La Chiesa ortodossa al tempo del regime sovietico ·

Non fa sconti Giovanni Codevilla nel denunciare i misfatti legati ai terribili anni del “comunismo di guerra”, quando il regime sovietico mise in atto il progetto di sradicare, dal tessuto civile e sociale, la religione, interrompendo, con spietata brutalità, il processo di rinnovamento della Chiesa ortodossa. L’analisi, lucida e dettagliata, di questa fase storica è condotta nel libro Il terrore rosso sulla Russia ortodossa (1917-1925) (Milano, Jaca Book 2019, pagine 230, euro 25). L’autore, accademico della Veneranda Biblioteca Ambrosiana — per quarant’anni ha insegnato Diritto dei Paesi dell’Europa orientale e Diritto ecclesiastico comparato all’università di Trieste, e ha firmato diverse monografie dedicate alle relazioni tra Stato e Chiesa in Urss e nell’Europa orientale — sottolinea come fu impressionante il tributo di sangue versato a causa del folle tentativo di realizzare una società senza classi e senza Dio.

Per sintetizzare l’opinione di Lenin sulla religione è sufficiente — scrive Codevilla nella premessa — richiamare quanto egli affermò in una lettera a Gorkij nel novembre del 1913. Lo scrittore, nel 1908, aveva composto un racconto dal titolo La confessione, in cui aveva proposto l’idea di dar vita a una sorta di religione laica, in sostanza a un ateismo religioso. Nella missiva Lenin dichiarava che «ogni idea religiosa, qualsiasi idea su qualsiasi buon dio, persino qualsiasi civettare con il buon dio è una turpitudine inenarrabile». La Chiesa era accusata di sostenere l’autocrazia, e per questo veniva considerata come un’eredità del sistema politico che si intende distruggere, e la religione veniva dichiarata incompatibile con la concezione del mondo marxista-leninista. Tale assunto appariva già nel programma del partito operaio socialdemocratico russo del 1903, rimasto in vigore fino al 1919, anno in cui, in occasione dell’ottavo congresso, venne approvato il Programma del partito, che prevedeva «la piena scomparsa dei pregiudizi religiosi» attraverso l’organizzazione di «un’ampia propaganda di educazione scientifica». Nel contempo si richiamava la necessità di «rifuggire da qualsiasi forma di offesa dei sentimenti religiosi dei credenti, la quale conduce solamente al rafforzamento del fanatismo religioso».

Sin dall’inizio del potere sovietico — ricorda Codevilla — gli esponenti della Chiesa denunciarono gli assalti e le rapine compiuti nei luoghi di culto da parte dei soldati rivoluzionari, come pure l’uccisione di numerosi sacerdoti, monaci e laici. Pochi giorni dopo il colpo di Stato (31 ottobre 1917) le truppe bolsceviche entrarono a Carskoe Selo e arrestarono tutti i sacerdoti, accusati di aver «pregato per i cosacchi». Il protopope Ioann Kocurov verrà fucilato senza processo, in presenza del figlio adolescente. Questo delitto — come sottolinea il metropolita Ilarion, ne La Chiesa Ortodossa Russa. Profilo storico (2013) — inaugurò «il tragico elenco di martiri e confessori del ventesimo secolo, che comprende decine di migliaia di sacerdoti e monaci e centinaia di migliaia di laici». Significativo e, al contempo, inquietante è quanto stabiliva il decreto La patria socialista è in pericolo. «Non cercate le prove per dimostrare che l’indagato ha agito o si è espresso contro i Soviet. Dovete chiedergli a quale classe appartiene e quale è la sua origine sociale, il suo livello di istruzione e la sua professione. Queste sono le domande che devono determinare il destino degli accusati. Questo è il significato del Terrore rosso». Nel frattempo le processioni religiose dirette a ottenere un alleviamento della pressione antiecclesiastica venivano disperse e, a volte, erano fatte oggetto di colpi d’arma da fuoco e di aggressioni.

Codevilla dedica poi un’attenzione particolare al lessico bolscevico, per dimostrare — e il risultato è chiarissimo — come vi sia una perfetta e letale simbiosi tra forma e sostanza. Infatti attraverso un linguaggio intollerante, aggressivo e provocatorio, si afferma e si radica il rifiuto aprioristico di ogni possibile alternativa. Del resto l’adesione acritica all’ideologia bolscevica diventò il fattore fondante della Ck e dei suoi corpi speciali, «la cui violenza e pericolosità è strettamente connessa alla primitività del pensiero» scrive l’autore, poiché gli elementi che ad essi si legano sono spesso culturalmente rozzi e, soprattutto, psicologicamente fragili. «Spinti dalla necessità di rinvenire meccanismi di rinforzo individuale subiscono gli effetti di un sinergismo collettivo che toglie loro ogni sorta di remora comportamentale e li dispone al fanatismo».

Nel 1922 venne creata una commissione ordinaria per la propaganda antireligiosa presso la Sezione di propaganda del partito (Agitprop). L’attività di propaganda antireligiosa e l’attività antiecclesiastica dipendevano dalla Commissione antireligiosa (Ark), della quale facevano parte i massimi rappresentanti di tutti gli organi del potere. Particolarmente rilevante in questo scenario, fu l’impegno profuso nella diffusione della stampa antireligiosa con libri, pamphlet e riviste. Un impegno che tradiva apertamente la divinizzazione laica, la demonizzazione dell’avversario, la falsità eretta a sistema ideologico. Il regime comunista — evidenzia Codevilla — non si limitò a ostacolare con ogni mezzo la pratica religiosa, ma avviò un’aggressiva campagna ateistica, accompagnata da manifestazioni di palese intolleranza. Valga l’esempio di quanto accadde alla vigilia del Natale ortodosso, all’inizio del gennaio del 1923, nell’ambito della campagna organizzata con l’Unione comunista della gioventù per screditare le feste religiose: nel centro di Mosca si tenne una processione blasfema, durante la quale i partecipanti bruciarono i fantocci di Dio Padre, Cristo e Buddha. In una cronaca apparsa sulla «Pravda» dell’11 aprile 1923, si raccontava che ad alcuni bambini le autorità avevano fatto mettere in scena, nel corso dei carnevali antireligiosi, un processo a Dio. Processo che terminò con la sentenza, emessa dagli stessi bambini, di condanna a morte contro Dio.

Non poteva certo mancare, in questo delirante attacco contro la Chiesa, la profanazione delle reliquie. In merito, l’autore elenca una serie di fatti in cui s’impone con sconcertante evidenza l’accanimento manifestato ed esibito contro i simboli e i luoghi della santità ortodossa. Il 20 ottobre 1918 venne profanata la tomba del santo Aleksandr, i cui resti furono trasferiti a Pietrogrado, dove si scatenò una violenta campagna antireligiosa, nella quale si accusava la Chiesa di aver abusato della credulità popolare allo scopo di arricchirsi. Nel dicembre dello stesso anno venne violata l’urna contenente i resti del santo Artemj di Verkola, e nel gennaio 1919 è l’urna dei santi Tichon di Zadonsk e di Mitrofan di Voronez a essere profanata. Da allora, ricorda Codevilla, queste azioni sacrileghe — precedute e accompagnate da una violenta campagna di stampa contro l’«oscurantismo religioso» e indirizzate alla «lotta contro i clericali di tutte le risme» — dilagheranno in tutto il territorio occupato dai comunisti. A nulla servì l’accorato appello, riguardo a questi atti blasfemi, rivolto, nella primavera del 1920, dal patriarca Tichon a Lenin in persona. Il patriarca faceva presente, invano, che queste azioni violavano i principi del decreto di separazione della Chiesa dallo Stato.

Nella seconda parte del volume l’autore esamina, con dovizia di particolari, la ricostruzione storiografica fornita dalla scuola sovietica, dagli esponenti dell’emigrazione russa, dagli studiosi occidentali e da quelli della Federazione russa. E non manca Codevilla, in questa approfondita disamina, di rilevare, da un lato, il disinteresse di numerosi storici, e, dall’altro, la reticenza, finanche il negazionismo di altri. Nessuno degli autori sovietici — sottolinea l’autore — prende in considerazione il fatto che l’asservimento della Chiesa al potere temporale, imposto da Pietro il Grande, non è stato voluto, bensì subito dalla Chiesa, e neppure fa cenno alla diffusa aspirazione della Chiesa a liberarsi dal soffocante abbraccio dello Stato, che si manifestò con particolare forza al tramonto del XIX secolo e all’alba del XX. Basti pensare che non viene menzionato dagli autori sovietici il fatto che negli anni della guerra civile gli organi repressivi bolscevichi fucilarono ovunque i sacerdoti, non di rado presi in ostaggio, senza una sentenza emessa da organi giudiziari.

L’ultimo capitolo del libro s’intitola I negazionisti. È formato da due pagine, più che sufficienti, nella loro densità, a far comprendere al lettore il grado di falsità di una storiografia determinata a negare categoricamente l’avvenuta persecuzione contro la Chiesa negli anni del terrore sovietico. «Vi sono esempi di studiosi, anche autorevoli, i quali inspiegabilmente e a lungo si sono lasciati incantare dalla barbarie bolscevica». Paradigmatico è il caso di Pierre Pascal, il quale, pur provenendo dagli ambienti devoti del cattolicesimo tradizionalista francese, trovandosi in Russia in quegli anni cruciali si lasciò ammaliare dalle sirene della rivoluzione. In un opuscolo pubblicato a Pietrogrado dall’Internazionale comunista, Pascal arrivò ad affermare che «il terrore è finito, anzi, propriamente parlando, non c’è mai stato». Chiosa Codevilla, con amarezza e disincanto, che non deve dunque sorprendere che anche oggi vi sia chi nega la persecuzione bolscevica e i suoi misfatti.

di Gabriele Nicolò

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15 dicembre 2019

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