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Il terremoto dei terremoti

· Messina, ore 5.20 del 28 dicembre 1908 ·

L’opera della regina Elena tra le vittime del sisma

Ricorre quest’anno il 110° anniversario della immane tragedia umana che, in una livida alba invernale — per l’esattezza alle ore 5.20 del 28 dicembre 1908 — devastò lo splendore vitale della “sventurata Messina” accomunando nella catastrofe Reggio Calabria sull’altra sponda dello Stretto, come venne narrato dai cantastorie girovaghi negli anni seguenti. Quello che, ancora a distanza di oltre cento anni rimane scolpito nell’immaginario nazionale come il terremoto dei terremoti. Dopo, nulla fu come prima.

Sfollati a Messina dopo il terremoto

Nondimeno, l’intento attuale non è quello di rielaborare gli echi di questa paurosa rovina con sullo sfondo la luttuosa commemorazione delle migliaia di vittime — secondo stime ufficiali 120 mila tra Sicilia e Calabria — già compiuta nelle sedi istituzionali per la ricorrenza del centenario, ma di rendere omaggio alla regina Elena di Savoia che, durante i tre drammatici giorni trascorsi nella città dello Stretto nell’immediatezza del disastro, si prodigò a soccorrere le centinaia di persone che vagavano allucinate e ferite tra le macerie del sisma — di magnitudo XI della Scala Mercalli — dimostrando un’intensità di condivisione sul piano emotivo difficilmente eguagliabile.

Intanto, per essere maggiormente libera nella sua azione di assistenza, non esitò a svestire i panni regali, infagottandosi in uno scuro grembiule con in testa un cappello che nascondeva il viso (e la sua celebre folta capigliatura corvina) allo scopo di non essere riconosciuta, né causare soggezione. Come riportano le cronache dell’epoca, nell’opera di primo soccorso non cessò un attimo di disinfettare e fasciare le ferite («con le sue piccole mani» scrisse il ministro Orlando) continuando a confortare con cuore di madre i sopravvissuti.

Il «Giornale d’Italia» nei primi giorni del 1909, sull’onda della commozione nazionale, definiva la regina «suora di dolce conforto», esempio di umile partecipazione alla sventura di molti, riferendosi in particolare all’allestimento di un’infermeria di fortuna sulla regia nave che aveva il nome della «augusta signora».

Insomma, si trattò di uno straordinario florilegio che aveva innanzitutto l’obiettivo di additare alla nazione intera, avvolta nelle «paurose tenebre» del tristissimo momento, l’animo crocerossino della regina, in un crescendo di partecipazione che ebbe il suo culmine l’8 gennaio, data del suo compleanno, in cui fu trasmesso con il telegrafo di Guglielmo Marconi, premio Nobel per la fisica nel medesimo anno, «unanime l’augurio che Dio conservi lungamente all’Italia la regina».

Fra gli episodi più toccanti, uno, immortalato in una delle tavole di Achille Beltrami per la «Domenica del Corriere», testimonia ulteriormente la sua accorata veemenza nel custodire i più piccoli e più fragili: «Laggiù una bambina piangeva allorquando passò la regina. Oh dimmi piccina, sù, dimmi il dolore (...) ch’io son la regina (...) Regina? Parlò la creatura. Aveva una veste regale la bambola mia. La bambola vuoi con lo strascico? Ed allor con forbice stroncossi via un lembo dell’abito (…) fè il capo, due braccia un tronco e due piè. Poi pianse di gioia la mamma dei figli del re». Sono versi del poeta Gino Oggioni ritrovati da chi scrive, messinese di nascita, insieme ad altre memorie riguardanti il terremoto calabro-siculo.

Di fronte a tanto unanime consenso, sentì il bisogno di scendere in campo perfino la regina madre Margherita di Savoia che per anni, ricevendo nei suoi salotti al Quirinale, aveva abbagliato la corte con quell’«eterno femminino regale» idealizzato dai versi carducciani profusi nell’ode alcaica Alla regina d’Italia.

Rilasciò un’intervista alla scrittrice e giornalista Sofia Bisi Albini, direttrice della «Rivista per le signorine», in cui dichiarava apertamente la sua ammirazione per la nuora “eroica”, ancorché «bella sana ed elegante», che «avendo fatto studi da infermiera (...) aveva conquistato la forza di nervi necessaria» (testimonianza tratta dalla bella biografia del 2010 a cura di Nino Dini, L’angelo di carità, la regina Elena a Messina).

Qui sta il segreto dello spirito di sacrificio che aveva mostrato durante i soccorsi ai terremotati: una ferma educazione ricevuta sin dalla nascita, fatta di saldi principi morali e di altruismo nei confronti dei bisognosi. Peraltro, va rammentato anche in questa sede che, quale riconoscimento per i suoi studi di medicina a servizio della lotta contro le malattie, la regina venne insignita della laurea honoris causa da parte dell’università La Sapienza di Roma nel 1937, mentre, poco tempo prima, Pio XI le aveva concesso la Rosa d’oro della cristianità, ovvero la massima onorificenza religiosa prevista a quei tempi per una donna.

Non c’è dubbio che la sovrana d’Italia, pur dedicandosi lungo l’arco della sua esistenza a innumerevoli iniziative in campo solidale — a cominciare dall’opera Pia Villaggio regina Elena, sorto con le sue casette di legno linde e decorose nel 1910 in contrada Annunziata di Messina — sia stata nel contempo capace di non venir mai meno al suo primario ruolo di regina, moglie e madre. Sempre schiva e riservata, ma con accenti di modernità intellettuale tali da preconizzare una sorta di femminismo ante-litteram.

In onore di Elena di Savoia serva di Dio, la città dello Stretto, con profonda gratitudine, ha fatto erigere nel 1960 una statua in marmo bianco di Carrara, opera dello scultore toscano Antonio Berti, collocata nelle vicinanze dell’ateneo, a ricordo di ciò che la “regina di carità” rappresentò nei giorni bui del terremoto del 1908.

di Mirella Violi

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12 novembre 2019

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