Avviso

Questo sito utilizza cookies...
I cookies sono piccoli file di testo che aiuto a migliorare la sua esperienza di navigazione nel nostro sito. Navigando in ogni parte di questo sito lei autorizza l'utilizzo dei cookies. Maggiori informazioni sulla policy dei cookies visualizzando le Condizioni di utilizzo.

Il teologo perturbante

· Michel de Certeau e la mistica ·

Michel de Certeau è conosciuto in Nord America solo nell’ambiente universitario, ma in Francia era una celebrità, considerato un insigne critico culturale, un innovativo storico della religione di inizio modernità nonché un pensatore religioso che nella vita e nel lavoro perseguiva una forma di cattolicesimo particolarmente impegnata, aperta e generosa. Al suo funerale a Parigi, nel 1986, tra i banchi della chiesa gesuita di Sant’Ignazio e tra le centinaia di persone in lutto stipate nella piazza antistante, si diffuse dagli altoparlanti la voce di Edith Piaf: Non, je ne regrette rien (“No, non rimpiango niente”). La canzone era stata preceduta dalla lettura sia della Prima Lettera ai Corinzi, nella quale Paolo afferma che «Dio ha scelto ciò che nel mondo è stolto per confondere i sapienti», sia della poesia di un mistico del xvii secolo a proposito di un’“anima vagabonda” alla ricerca dell’amore divino in ogni parte del mondo. Questi versi, che erano stati richiesti dallo stesso Michel de Certeau, suggeriscono quanto singolare fosse la sua visione spirituale e accademica.

Che scrivesse di follia e misticismo nel xvii secolo, dei movimenti di resistenza sudamericani di ieri e di oggi o della pratica della vita quotidiana nel xx secolo, de Certeau aveva sviluppato uno stile peculiare nell’interpretazione delle relazioni sociali e personali.

A differenza di quanti descrivevano le società evocando quelle che egli chiamava le loro omogeneità ed egemonie — ciò che le unificava e le controllava — de Certeau intendeva identificare, all’interno dei sistemi di potere e di pensiero, la presenza creativa e perturbatrice dell’“altro”: l’estraneo, lo straniero, l’alieno, il sovversivo, l’elemento radicalmente differente. Lo individuò non solo nei modi in cui le persone immaginavano figure distanti da loro stesse (come nel celebre saggio di Michel de Montaigne sui “cannibali” dell’Amazzonia), ma anche in comportamenti e gruppi vicini e familiari, nelle onnipresenti tensioni al centro dell’intera vita sociale, dalla scuola alle istituzioni religiose, ai mass media.

Certo, negli anni sessanta e settanta, quando de Certeau stava acquisendo notorietà, in letteratura, filosofia e psicanalisi comparivano di continuo nozioni di “alterità”: la sua originalità consistette nei molteplici modi in cui concepì le figure dell’“altro” e la loro applicazione in numerosi contesti. Coniò il termine “eterologie” per descrivere le discipline nelle quali esaminiamo noi stessi in relazione all’alterità: la storia e l’etnografia, ad esempio, potrebbero essere “scienze dell’altro” se si confrontassero con le supposizioni spesso deformanti che includiamo nella nostra comprensione di epoche e luoghi diversi. Si occupò delle istituzioni accentratrici del passato per mostrare come definissero se stesse escludendo le voci e le convinzioni divergenti oppure fagocitandole.

Stato e Chiesa, tuttavia, non sono mai state le uniche fonti di potere e autorità nel medioevo e in epoca moderna. In movimenti religiosi come il misticismo o nel persistente sapere popolare, de Certeau vide sempre alternative vitali a quei due ambiti normativi. I suoi eroi sono spesso vagabondi, pellegrini, missionari e nomadi, come il visionario seicentesco Jean de Labadie, che iniziò da gesuita, passò poi a predicare in Francia e Svizzera una propria radicale forma di religione riformata e finì col fondare nei Paesi Bassi una comunità protestante.

Nato nel 1925 in Savoia, de Certeau da adolescente ne aveva percorso i sentieri montani portando messaggi ai combattenti della Resistenza contro l’occupazione tedesca. Nel 1944 intraprese gli studi per il sacerdozio e nel 1950 entrò nell’ordine gesuita scrivendo a un amico «Credo che Dio mi stia chiamando in Cina». Tempo addietro il celebre padre gesuita Pierre Teilhard de Chardin aveva scritto i suoi libri di geologia e teologia proprio dalla Cina, ma nel 1949 il paese era stato occupato dai comunisti e ai gesuiti era stato ordinato di andarsene. Questa difficoltà aveva forse reso la partenza per la Cina ancor più allettante agli occhi di de Certeau, che però non riuscì mai a recarvisi. I suoi studi lo condussero nel pieno dell’esplosione del rinnovamento teologico guidato da Henri de Lubac, eroe della Resistenza cattolica, di cui divenne uno degli studenti prediletti a Lione.

di Natalie Zemon Davis

EDIZIONE STAMPATA

 

IN DIRETTA

Piazza S. Pietro

21 marzo 2019

NOTIZIE CORRELATE