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Il Tappeto di Iqbal

· Punti di resistenza ·

Nel quartiere Barra di Napoli

Il quartiere Barra di Napoli è un quartiere senza. Senza scuole superiori, senza centri di aggregazione, cinema, teatro, spazi verdi attrezzati o semplicemente curati. È un territorio di quarantamila abitanti con una forte presenza della criminalità organizzata, abbandonato a se stesso, dove per i giovani ci sono poche opportunità di scelta, una delle quali, la più praticata, è la strada. Ma in questo quartiere, da qualche anno, c’è anche altro, qualcosa che riempie il vuoto cosmico, dandogli senso e sostanza. È il Tappeto di Iqbal, una cooperativa nata nel 1999, in cui, attraverso l’arte circense, il teatro e l’attività sportiva, si sottraggono i ragazzi alla violenza, alla sopraffazione e al pregiudizio sociale. «L’arte e il gioco sono i canali con i quali agganciamo i giovani», spiega Giovanni Savino, dal 2010 presidente della cooperativa, che prende il nome da Iqbal Masih, il ragazzino pakistano morto a 12 anni nel 1995 e divenuto simbolo della lotta contro lo sfruttamento del lavoro minorile. «L’approccio artistico facilita, infatti, l’incontro e consente, in maniera più rapida, lo sviluppo dell’apprendimento e della formazione». Giovanni, attore, regista e clown, a due passi dalla laurea in ingegneria, nel passaggio di consegne dalla precedente gestione, ebbe l’idea di coinvolgere i ragazzi di strada nella compagine sociale. Un’idea vincente, visto che ora l’associazione, con i suoi pirotecnici spettacoli, gira l’Europa. La cooperativa, che coordina il Punto Luce di Barra, Save the Children, e che per le sue attività riceve finanziamenti pubblici, ha sede presso una scuola del quartiere e si occupa di bambini e ragazzi dai 6 ai 18 anni. Sono oltre 200 l’anno, 100/120 al giorno l’estate, i giovani che, gratuitamente, fanno corsi di teatro, giocoleria, parkour, break dance, hip hop, graffiti, e giocano a calcio, basket, pallavolo. Per tutti loro il Tappeto costituisce un’occasione di crescita e di trasformazione profonda. Come nel caso di Antonio Bosso, 24 anni, istruttore di parkour, che, con le sue strabilianti acrobazie, è passato dalle strade di periferia di Barra ai palcoscenici virtuali e non di tutto il mondo. «Quando ero piccolo, dai 10 ai 14 anni, la normalità per me era possedere armi e coltelli e sgommare con una moto di alta cilindrata per le strade del quartiere», racconta Antonio, che è uno dei sette ex ragazzi di strada divenuti soci della cooperativa. La sua è una storia familiare difficile. Il padre, per problemi con la giustizia, ha vissuto quasi sempre altrove e la madre era troppo occupata a sbarcare il lunario per potersi prendere cura di lui. «Ero solo e passavo il mio tempo in strada. Poi, un giorno, mia madre scoprì che avevo una pistola. Preoccupata, per farmi uscire dal giro mi iscrisse a una scuola media di San Giorgio a Cremano, ma le cose non andarono meglio. Passavo le giornate a scazzottarmi con il gruppo del quartiere rivale e tornavo a casa gonfio di botte. Una volta inserito nel nuovo ambiente, cominciai ad andare nei luoghi di spaccio e a fare atti di vandalismo. Un giorno, il mio amico Michel mi parlò del parkour, uno sport che non avevo mai sentito nominare. Sono andato al Centro direzionale di Napoli per capire di cosa si trattava e per la prima volta in vita mia ho preso la circumvesuviana. Quando vidi i ragazzi che facevano tutte quelle giravolte con una leggerezza impressionante mi innamorai subito di questa disciplina. Mia madre mi aveva iscritto alle scuole superiori, sempre a San Giorgio, ma io facevo filone e andavo tutti i giorni ad allenarmi. Ero grasso, perché non mi muovevo se non con la moto, e mangiavo come un maiale, perciò facevo tanta fatica, ma quella cosa mi attraeva troppo. Iniziai ad allontanarmi dal mio gruppo di amici e a frequentare persone molto diverse. Non ero più il ragazzo di prima, che stava sul muretto a non fare niente. Ora, quel muretto lo usavo per saltare, per girarci sopra, per fare acrobazie. Mi distruggevo di allenamenti, e il mio corpo si scolpiva. Diventavo magro, forte, agile. Posso dire che il parkour è stato la mia liberazione da una vita sbandata, senza futuro. Grazie a questo sport ho imparato a parlare italiano, a pormi in maniera diversa, a prendere coscienza di me. Poi, un giorno, per caso, conobbi Giovanni Savino che, vedendo un mio video su You Tube divenuto virale, mi chiamò nella sua cooperativa. Avevo 16 anni e la mia vita da allora è completamente cambiata. Ho studiato, sono andato anche a Parigi per formarmi, e sono diventato, oltre che istruttore di parkour, istruttore di ginnastica artistica e personal trainer. Faccio anche teatro, e con gli spettacoli giro l’Europa». Il parkour come metafora della vita. C’è sempre un modo per superare gli ostacoli, non bisogna mai arrendersi, anche se c’è da attraversare l’inferno. «Giovanni, come prima cosa, mi ha fatto saltare nel fuoco. È stato il mio rito di iniziazione».

«A 10 anni ero già un teppistello e non volevo andare a scuola», ricorda Marco Riccio, 27 anni, ex utente e ora vicepresidente della cooperativa, dove è istruttore di trampoleria. «Gli operatori di allora mi presero per strada e mi portarono nel centro di aggregazione, dove ho passato tutti i pomeriggi fino ai 13 anni. È stato grazie a loro che ho conseguito la terza media. Poi, da un giorno all’altro, il centro venne chiuso e io finii di nuovo in strada. Facevo parte di un gruppo di ragazzi chiamato i cani randagi, facevamo uso di droghe ed eravamo sempre alla ricerca di soldi. Rimediavo 4/500 euro a settimana. Il denaro era la cosa più importante. Se non avevo la cintura dei pantaloni da 500 euro non uscivo di casa. Volevo essere notato, desiderato dalle ragazzine. Quando cresci in un quartiere come questo, essere conosciuto ti dà potere. Non importa il modo. Meglio essere qualcuno che fa paura che essere anonimo. Poi, un giorno, ho visto il cadavere del mio migliore amico, ammazzato con 16 bossoli al volto e al petto. Era in una pozza di sangue e ho ancora nella mente l’immagine dei suoi occhi aperti che guardavano il cielo. Sentii freddo e tanta paura, un sentimento che non conoscevo. In quel momento è scattata la scintilla del cambiamento. Proprio in quel periodo, Giovanni mi chiese di far parte di un progetto per dare un volto nuovo a Barra e io gli dissi subito di sì. È stato bello, un grande percorso di vita che mi ha insegnato tante cose. Ho imparato a perdonare e a farmi perdonare, a entrare in relazione con gli altri, a leggere gli sguardi delle persone. Questo posto ti arricchisce, anche se ti arrivano tanti cazzotti nello stomaco. Sentire tutte queste storie è come rivivere il proprio passato. Il divertimento qui è starsene seduti in piazza a fumare erba, si comincia già a 11/12 anni. I ragazzi non sanno cosa significhi andare al cinema, a vedere un film in 3d, o a teatro, non sono mai andati al centro di Napoli, distante solo cinque chilometri, non sono mai stati in villeggiatura. È come essere rinchiusi in un ghetto, dove però ti senti qualcuno. Fuori non sei nessuno, sei nudo. Noi siamo un po’ i pifferai magici e il centro il Paese dei balocchi. Buono, però. I giovani vengono con il pensiero di divertirsi ma poi si accorgono che è un luogo di pedagogia, dove si imparano tante cose. I trampoli sono uno strumento educativo molto potente. I ragazzi di strada non guardano negli occhi e non toccano, ma se vogliono alzarsi con i trampoli senza cadere, devono toccare e devono ascoltare. Si trovano in una situazione completamente nuova, provano paura, incominciano a tremare. E tu li tranquillizzi. Gli dici di prenderti le mani, di guardarti. Magari a terra facevano gli sbruffoni, si atteggiavano. Ora, invece, si sentono anche un po’ ridicoli ed è allora che comincia la sfida con se stessi, quella di riuscire a stare in piedi».

Marco e tutti gli altri educatori si sono guadagnati la laurea in pedagogia e psicologia sul campo. È facile per loro, davanti hanno altri se stessi. «Noi eravamo come loro. Per questo conosciamo le loro reazioni a ogni parola che gli viene detta. Basta vederli camminare per capire come intervenire. Questi ragazzi sono privi di tutto, hanno solo tanta rabbia dentro. Si sentono vittime del destino, e quindi è importante farli sognare, far loro realizzare qualcosa per fargli dire “Questo l’ho fatto io”. E cambiare è possibile se c’è qualcuno che ti sta dietro. Quando disegnano, vedi la luce nei loro occhi e capisci che, finalmente, stanno sognando, stanno immaginando qualcosa di diverso dalla loro normalità, e glielo devi lasciar vivere fino in fondo. È un processo di trasformazione che si rigenera. A loro volta, saranno gli artefici del cambiamento di altri ragazzi». Sul tappeto di Iqbal si salta e si riceve la spinta per approdare su mondi sconosciuti che aspettano di essere esplorati.

di Marina Piccone

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20 settembre 2019

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