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Il Talmud sul web

· Due volumi con testo a fronte raccolgono gli insegnamenti dei maestri d’Israele ·

Il Talmud ha accompagnato il popolo d’Israele in tutti i secoli e in tutte le traversie della sua storia, ed è stato il pilastro fondamentale per tutta la catena di generazioni che si sono susseguite nei secoli. «Il Talmud nasce come tradizione orale — afferma Clelia Piperno, direttore del progetto di traduzione in italiano — e successivamente viene messo per iscritto. Ora è sul web. I nostri traduttori stanno trasmettendo di nuovo l’insegnamento di quei maestri, facendo acquisire all’umanità, a quasi due millenni di distanza, una nuova modalità di accesso ai testi sacri».

Samuel Hirrszenberg, «Il riposo dello Shabbat» (1894)

Il primo trattato della Mishnà — la redazione del patrimonio delle tradizioni secolari, delle elaborazioni che selezionarono il materiale più utile tra gli insegnamenti di diverse scuole — porta il titolo di Berakhot, Benedizioni, e riguarda la vita agricola, le sementi, le norme delle decime dei prodotti agricoli, l’anno sabbatico, le primizie, l’angolo del campo da destinare al povero e allo straniero.

I due volumi (Talmud Babilonese. Trattato Berakhot, Firenze, La Giuntina, 2017, pagine 994, euro 90) raccolgono la sapienza dei maestri d’Israele dal iii fino al vi secolo con il testo originale a fronte. «Il Talmud è un testo aperto — afferma il curatore, rav Gianfranco Di Segni — nel senso che le sue discussioni in molti casi non portano a una conclusione. L’interesse per questo testo non è limitato al mondo ebraico, ma, per il suo contenuto e la metodologia logica, rappresenta sempre di più un testo attraente per tanti aspetti (giurisprudenza, storia delle religioni, esegesi biblica, filosofia, storia delle scienze)».

Per l’orecchio ebraico il termine benedizioni comporta un significato semantico molto ampio e profondo, può essere un augurio e un saluto, ma anche esprimere lode, abbondanza e prosperità. Sempre si ricollega a Dio in quanto re e creatore che viene ringraziato per i beni donati agli uomini.

Ci si colloca non nell’ambito dei precetti biblici ma di quelli rabbinici che illuminano ogni gesto quotidiano dell’ebreo credente che ha compreso come la vita necessiti di una relazione orante con l’Altissimo: «Le benedizioni non sono una necessità per l’Eccelso, ma per l’uomo. Dato che Egli, sia benedetto, è la fonte della benedizione e tutte le benedizioni da Lui discendono, seppure tutti gli esseri umani lo benedicessero, le loro benedizioni non avrebbero alcun effetto su di Lui, perché Egli è il Primo Essere che ha fatto esistere tutto l’esistente» scriveva rav Bechayé (XIII-XIV secolo).

L’apertura del Trattato è solenne perché si apre con le norme che regolano la lettura dello Shemà Israel in cui si afferma l’unicità e l’unità di Dio: «Ascolta Israele, il Signore è Dio nostro il Signore è Uno». Parole che vengono insegnate ai piccoli ebrei non appena apprendono a parlare e accompagnano tutta la loro educazione.

Un punto centrale e nevralgico caratterizza questo Trattato: il principio in base al quale l’astratto deve farsi concreto, perché la fede diventa vita reale. Infatti accanto ai commenti biblici appaiono le parabole narrative che rendono la lettura attraente e immediatamente relativa al vissuto. L’ebreo pronuncia almeno cento benedizioni ogni giorno: ogni aspetto del mondo creato e di tutto quanto offre alle persone diventa espressione di fedeltà, perché per essere usato ne viene chiesto il permesso al Signore.

Scriveva Adin Steinsaltz, rabbino e filosofo israeliano: «Le benedizioni attirano una nube di grazia, di santità e di significato sull’intera Creazione e forniscono a ciascun oggetto o evento un carattere unico, un significato suo proprio».

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27 gennaio 2020

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