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Gesù e il sussidio di disoccupazione

· Giustizia umana e giustizia divina ·

Già molti decenni fa, Romano Guardini aveva istituito un accostamento tra la parabola del “figlio prodigo” e quella del “padrone della vigna” accomunate da un finale dove sembra scoppiare uno “scandalo” per la giustizia. Nella parabola del “figlio prodigo” i diritti della giustizia sono reclamati dal fratello maggiore, che trova scandalosamente difforme il trattamento di favore riservato al fratello ritornato rispetto a quello a lui riservato dal padre. 

Ivan Korzhev, «Il ritorno del figlio prodigo» (1998)

Nella parabola del “padrone della vigna” sono gli operai assunti per primi che giudicano scandalosa l’equiparazione della loro retribuzione a quella degli operai assunti solo al pomeriggio, cioè alla fine della giornata lavorativa. E Guardini nota che la lettura provoca anche nel lettore un moto spontaneo di resistenza che il fedele reprime non convintamente, ma solo per rispetto e fiducia nell’autorità di chi (Gesù) l’ha proposta. Per lui però lo scandalo è dovuto alla mancata percezione da parte dei protestatari e del lettore della gerarchia che intercorre tra giustizia e amore all’interno del messaggio di Cristo.

Oltre che accogliere questa distinzione, si può lavorare più a fondo anche sullo stesso concetto di giustizia. Se essa, intesa nel senso etico tradizionale, è virtù che “dà a ciascuno il suo”, si tratta di vedere con gli occhi dell’amore e di una sana antropologia che cosa comporti quel “suo” che a ciascuno spetta. Possiamo rischiare di chiederci: il “suo” di ogni uomo è quello che attiene alla sua situazione temporanea attuale o alla sua natura originaria e finale di uomo fatto “a immagine e somiglianza”?

Siamo consapevoli di azzardare, ma ci chiediamo: gli operai assunti per primi non sono stati in realtà già avvantaggiati perché hanno risolto prima il loro problema vitale e dispiegato più estesamente la loro natura attiva, più tipicamente umana dell’inoperosità degli ultimi che il vangelo chiama argòi, “senza lavoro”? Non sarà che — come il fratello maggiore del figlio prodigo — anche i primi operai sono già stati favoriti perché hanno più a lungo usufruito della sicurezza e del contatto col padrone buono? E hanno beneficiato del rapporto di attività e di uno status, ben più consoni all’uomo che il ludibrio dell’inoperosità esposta in piazza? Bisogna considerare l’effetto economicistico del lavoro (per cui chi produce di più merita maggiore retribuzione) o l’aspetto antropologico di realizzazione umana che il lavoro comporta, per cui esso va riguardato come una specie di diritto? Secondo la stessa logica che comanda la privilegiata accoglienza del figlio prodigo da parte del padre, potremmo chiederci allora se gli operai assunti per ultimi non siano stati risarciti dal padrone per la loro incolpevole inoperosità e umiliazione, con una bontà maggiore che configura una specie di “sussidio di disoccupazione”.

di Luigi Pizzolato

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24 marzo 2019

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