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Il Sud Sudan
vuole pace

· ​Per il vescovo di Tombura-Yambio l’unica via è quella del dialogo ·

Juba, 8. I discorsi che incitano all’odio nei confronti degli avversari politici polarizzano il Paese, invece di pacificarlo: così, in sintesi, si è espresso monsignor Edward Hiiboro Kussala, vescovo di Tombura-Yambio, in Sud Sudan, intervenendo, nei giorni scorsi, a una trasmissione radiofonica di un’emittente locale. 

 «Uno dei fattori scatenanti la violenza nel Paese — ha dichiarato il presule — è il modo in cui si scelgono il linguaggio e le parole per comunicare». Con il risultato che, a volte, «la lingua fa molto più male della pistola». Il Sud Sudan ha appena avviato un difficile percorso di pacificazione e di riconciliazione nazionale, dopo circa 3 anni di guerra civile, e il vescovo ha lanciato un appello ai leader politici chiedendo di evitare un linguaggio «infiammatorio e che divide, ma al contrario, di sviluppare un discorso che possa costruire il Paese». Il linguaggio, ha spiegato monsignor Kussala, «deve portare alla comunicazione pacifica, non violenta, per il bene di tutto il Paese».

Le osservazioni del presule arrivano nel momento in cui, in Sud Sudan, si registra una nuova fiammata di violenza: a fine giugno, infatti, nella regione del Wau, sono avvenuti scontri tra le milizie dell’Esercito di Liberazione del Popolo Sudanese e altri gruppi armati. Secondo fonti locali, una quarantina di persone sono state uccise, mentre migliaia si sono date alla fuga. Simili tragici episodi, ha commentato il vescovo di Tombura-Yambio nascono proprio dalla mancanza di dialogo, perché «quando il dialogo è assente, le persone ricorrono subito alla violenza e allo scontro».

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