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Il successo delle alleanze

· Donne all'assemblea costituente ·

«Prima di uscire dall’albergo mi vesto d’azzurro, con cura. Mi spazzolo i capelli lunghi, biondi ramati, luminosi e fini, li lascio sciolti. Mi guardo allo specchio: la bocca è un po’ imbronciata, ma sorriderò. Gli occhi hanno lo sguardo deciso, forte riflettono il pensiero e la volontà di riuscire. In complesso sono abbastanza soddisfatta del mio aspetto. Ma ora ho paura, tanta paura. Ho l’impressione che dalla gola serrata come un pugno non esca neppure una parola. “Ha chiesto la parola l’onorevole Bianca Bianchi: ne ha facoltà”. (…) Scendo dallo scanno come una sonnambula: gli occhi e i mormorii di tutti sono su di me. Salgo in tribuna. Appena si fa silenzio comincio a parlare con calma e saggezza (…). Quando finisco il presidente si alza, viene verso di me, mi stringe la mano e si congratula: l’assemblea si leva in piedi con un applauso prolungato. I miei colleghi di partito mi accolgono sorridenti con gli occhi umidi di triglia morta». Quello della socialista Bianca Bianchi è uno dei primi interventi femminili all’Assemblea costituente, il 22 luglio 1946, ed è un trionfo, anche se il giorno dopo la stampa si mostrerà colpita più dalla sua capigliatura che dalle sue parole.

1946, per la prima voltail voto delle donne

La redazione del progetto della Costituzione italiana era stata appena affidata a una commissione composta da 75 membri. Tra questi vi erano cinque donne: Maria Federici, democristiana, Lina Merlin, socialista, Teresa Noce e Nilde Iotti, comuniste, la qualunquista Ottavia Penna prima e la democristiana Angela Gotelli poi.

A sua volta la commissione decise di articolarsi in tre sottocommissioni, affidando a ciascuna di esse l’elaborazione di una particolare sezione del futuro testo. Della prima, che doveva disciplinare i principi fondamentali e la dichiarazione dei diritti, fece parte Iotti, alla terza, che ebbe il compito di regolamentare i rapporti economici, furono chiamate Federici, Merlin e Noce, mentre nessuna donna entrerà nella seconda, cui competeva tutta l’organizzazione dello stato. Le donne saranno assenti anche dal comitato di redazione, a cui fu affidata la stesura definitiva del progetto di Costituzione.

Le sottocommissioni trasmisero il progetto di Costituzione all’assemblea a fine gennaio 1947, dando così inizio alla discussione in aula. Nonostante la frequenza di scontri ideologici anche molto accesi (e reiterati in aula), i lavori delle sottocommissioni furono assai costruttivi. Nel concreto si riuscì a superare le divergenze, partendo da posizioni molto spesso in assoluto contrasto.

Per le donne italiane fu fondamentale il primo comma dell’articolo 3 che recita: «Tutti i cittadini hanno pari dignità sociale e sono eguali davanti alla legge, senza distinzione di sesso, di razza, di lingua, di religione, di opinioni politiche, di condizioni personali e sociali». La sua genesi è emblematica. Poiché la formulazione della prima sottocommissione non conteneva nessun riferimento a distinzioni sessuali, Lina Merlin propose di aggiungere «di sesso», al che alcuni colleghi osservarono che con le parole «tutti i cittadini» si indicavano già uomini e donne: il suo emendamento, dunque, era superfluo. «Onorevoli colleghi — dirà Merlin — molti di voi sono insigni giuristi e io no, però conosco la storia. Nel 1789 furono solennemente proclamati in Francia i diritti dell’uomo e del cittadino, e le costituzioni degli altri paesi si uniformarono a quella proclamazione che, in pratica, fu solamente platonica, perché cittadino è considerato solo l’uomo con i calzoni, e non le donne, anche se oggi la moda consente loro di portare i calzoni. Insisto sul mio emendamento anche in vista degli sviluppi d’ordine legislativo che ne seguiranno». L’emendamento passò.

Più in generale, considerando l’esiguo numero delle costituenti, il risultato che esse riuscirono a raggiungere fu incredibile. «La presenza delle donne alla Costituente — ha affermato Maria Federici — è risultata incisiva e determinante in modo particolare per le questioni femminili (…). Oltre al riconoscimento dei diritti individuali, a garanzia delle libertà giuridiche, [la donna] mirava ad acquisire quei diritti che le erano sempre stati negati: diritto di eguaglianza, diritto di esprimere una effettiva presenza sociale, diritto all’accesso a determinati posti fino allora esclusivamente riservati agli uomini, diritto di vedere salvaguardato il proprio lavoro da ogni sfruttamento».

Quando definiamo prezioso il lavoro delle donne costituenti, intendiamo riferirci a qualcosa di molto concreto. Nel tempo infatti la Costituzione risulterà cruciale per l’abrogazione, sia pure lentissima e faticosa, di tanta parte di quella legislazione civilistica e penalistica di stampo ottocentesco, fascista e misogino che, nella vita quotidiana e nei tribunali, riduceva le donne italiane a cittadine di serie b. Ad esempio, grazie agli articoli 3 e 29, solo nel 1968 la Corte costituzionale rifiuterà la disuguaglianza dei sessi nella punizione dell’adulterio.

Quello che si produsse fu una tacita alleanza, un forte legame trasversale che, al di là delle differenze politiche, unì strettamente le donne costituenti. Anche se «non avevamo ancora l’abitudine ad avere degli scambi di idee fra di noi — dirà Iotti — successe però che quasi istintivamente riuscimmo a trovare delle posizioni comuni conducendo anche un lavoro prezioso, anche se non molto visibile, all’interno dei nostri gruppi parlamentari per arrivare alla stesura degli articoli fondamentali della Costituzione, che riguardano l’uguaglianza di fronte alla legge, nel lavoro e nella famiglia». Accresciuta sicuramente dall’esiguità del loro numero, una solidarietà di sesso le avvicinò per istinto. «Nel guardarmi intorno e incontrando nell’aula, nel transatlantico le colleghe democristiane, socialiste, monarchiche, comuniste — dirà la democristiana Filomena Delli Castelli — ci sorridevamo pronte a riconoscere le responsabilità e le attese che gli elettori si attendevano dalle donne elette deputate (…). La pattuglia femminile alla Costituente serrava i ranghi quando erano in discussione e da risolvere problemi inerenti il lavoro, la famiglia, la scuola».

Le donne dell’Assemblea costituente in un manifesto per la festa dell’8 marzo 2018

La forte trasversalità che unì le donne costituenti ha una spiegazione: esse si sentivano infatti, più che rappresentanti delle elettrici o degli elettori comunisti, democristiani o socialisti che fossero, le rappresentanti delle donne, del «nuovo delle donne». Il mandato loro «affidato da un elettorato prevalentemente femminile aveva chiaramente indicato la direzione verso la quale le elette dovevano muoversi: conseguimento dei diritti della donna, diritti della lavoratrice, diritti della famiglia» racconterà anni dopo Maria Federici.

D’altra parte, esattamente come rappresentanti delle donne esse venivano percepite dai loro colleghi. L’ambivalenza di questa situazione è evidente: da un lato è indubbio che paternalisticamente i deputati maschi lasciarono all’impegno delle donne costituenti i temi più tipicamente femminili, ma d’altro canto è indubbio che questi altrimenti sarebbero stati scarsamente affrontati. Nota ancora Federici: «L’Assemblea Costituente accolse le donne con simpatia e con un pizzico di condiscendenza; lasciò loro l’onore e l’onere di sostenere le cosiddette questioni femminili, ma non sapeva di avere nel suo seno donne che pur partendo da posizioni ideologiche e politiche diverse erano decise a battersi per i diritti delle donne». Così, quando le deputate presero la parola, sia nelle commissioni sia in seduta plenaria, parlarono di assistenza, di famiglia, di istruzione, di donne lavoratrici, di donne nei pubblici uffici e in magistratura.

Insomma, l’alleanza nata (nonostante o contro i partiti) tra democristiane, comuniste e socialiste nella Costituente portò all’elaborazione e all’approvazione di articoli che nei decenni successivi avrebbero permesso di smantellare una legislazione fortemente discriminatoria nei confronti delle donne. Ma fu proprio allora che nacque il problema della democrazia italiana: l’idea, radicata ancora oggi nella classe politica ma anche in molti settori dei nuovi movimenti femministi, che le donne rappresentano solo le donne.

Eppure la passione politica femminile si esprimeva già allora anche sui grandi temi che riguardano il futuro dell’umanità: quando in assemblea si trattò di votare l’articolo 11 della Costituzione relativo al ripudio della guerra, le costituenti scesero al centro dell’aula e si strinsero in una catena.

di Giulia Galeotti

(Stralcio tratto dal libro "Storia del voto alle donne in Italia", Biblink editori, 2006)

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