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Il solo che mi capisce
è il mio nemico

· Rondine, cittadella della pace ·

Un dialogo fatto di volti, persone e lavatrici

Come si può cercare di costruire concretamente la pace in un mondo che pare in grado di nutrirsi solo di conflitti? A Rondine, un piccolo borgo toscano sulle rive dell’Arno, da vent’anni è in corso un progetto semplice ma ardito: nel tentativo di superare guerre che rischiano di minare irrimediabilmente le identità, una trentina di ragazzi provenienti da contesti in conflitto tra loro alla vigilia di concludere il loro percorso di studi ed entrare nel mondo del lavoro vivono insieme, giorno dopo giorno, gomito a gomito, per 24 mesi. Ogni anno arrivano una quindicina di studenti nuovi: i loro primi mesi vengono condivisi con gli studenti della generazione precedente che terminano il loro periodo.

Franco Vaccari con alcuni ragazzi di Rondine a Sukhumi (luglio 2010)

Scegliendo di varcare una soglia che non sembrava nemmeno avvicinabile, i ragazzi — nati in un luogo, in un popolo, all’interno di una fazione in cui per nascita si è nemici di qualcuno — da vittime si trasformano in protagonisti delle loro esistenze. Perché, spiega Maria, una giovane armena, a chi le chiede se ci sia una cosa peggiore della guerra «peggio della guerra c’è l’essere abituati alla guerra. Avete mai pensato che esistono generazioni intere di persone che sono nate e cresciute in una realtà in cui il conflitto armato è parte integrante?».

Dando voce ad alcuni dei ragazzi ospitati — il giovane israeliano, il giovane palestinese, la giovane libanese; la giovane armena e il ragazzo originario dell’Azerbaigian — la storia di questo progetto è ora raccontata nel libro Rondine cittadella della pace. Storie di nemici che si incontrano (Cinisello Balsamo, San Paolo, 2019, pagine 192, euro 16), scritto dal fondatore e presidente Franco Vaccari insieme con Francesca Simeoni. Ascoltando Ibrahim, Noam, Sarah, Maria e Agha, ascoltiamo giovani che si ritrovano insieme nel tentativo di convivere pacificamente, di progettare e contagiare altri riumanizzando il disumano, abitando le terre di nessuno, facendo fiorire i deserti della distruzione.

Ascoltando Ibrahim, Noam, Sarah, Maria e Agha, ascoltiamo come le cinque parole messe in pratica alla Cittadella della pace — relazione, persona, comunità, politica e festa — possano veramente gettare le basi per traghettare i nemici di ieri sulle sponde della pace di domani.

Per quanto si possa essere ben disposti verso l’idea di partecipare al progetto, le difficoltà reali sono chiaramente tante.

«Era difficile ammetterlo anche a me stesso: avevo 30 anni e per 30 anni — racconta il palestinese Ibrahin — non avevo mai incontrato qualcuno che appartenesse a Israele. Israele per me era un blocco inguardabile, un nome senza contenuto: era la causa del mio essere profugo, delle fatiche di mio padre e di mia madre, del massacro cui eravamo scampati per miracolo, del nostro non avere diritti. Non odiavo Israele ma nemmeno ero pronto a guardare dentro a quel blocco, a dargli il nome di un ragazzo o di una ragazza della mia età». Sembra impossibile, troppo duro, invece è fattibile: Rondine è un motivo per cambiare.

Cambiare passo dopo passo. Perché c’è il giorno per giorno, c’è il minuto dopo minuto quando alla guerra in Kosovo, alla guerra del Nagorno Karabakh o al conflitto israelo-palestinese si vanno ad aggiungere altre difficoltà, come quella di vedere i propri panni sporchi lavati assieme a quelli del nemico. E ancora la divisione dei compiti in cucina, il disaccordo sugli orari, l’incomprensione con alcuni membri dello staff, le idee non collimanti su come gestire le sale comuni. «Nelle piccole cose quotidiane, emergono i grandi retroscena: la convivenza è rivelatrice proprio per questo».

Che poi già la scelta di passare dei mesi a Rondine necessita di grande coraggio: il più delle volte si tratta infatti di una decisione non condivisa da familiari e amici a casa; e non poter spartire il peso della scelta può essere molto duro. Con il risultato paradossale che, spiega l’israeliano Noam, «l’unica persona che mi capisce è il mio nemico, perché è la controparte dello stesso conflitto, perché ha vissuto quello che ho vissuto anch’io ma dall'altra parte della prospettiva».

L’incomprensione si aggrava ulteriormente al rientro dopo i due anni trascorsi in Toscana. Siccome ormai non sei più la persona di prima la transizione rischia di essere davvero forte: «Tornare da Rondine — racconta ancora Maria — è stata una delle cose più dure per me. Mettere insieme ciò che ero diventata in quel borgo e ciò che sono ora nella mia città non è stato così semplice».

Nel graduale processo di costruzione «l’idea di Rondine non è cambiare il tuo punto di vista con un colpo di bacchetta magica. Si tratta di riuscire a vivere il conflitto senza negarlo e senza dimenticarlo, ma cercando di trovare una soluzione anche per le cose più complicate»; un ruolo cruciale lo svolge la lingua italiana. L’affermazione spesso ripetuta a Rondine, infatti, è che per capirsi bisogna tradursi. È proprio la fatica di tradursi ciò che consente una vera conoscenza; è proprio nello sforzo condiviso di apprendere insieme una nuova lingua che fa parte del successo del metodo-Rondine. Perché imparare a esprimersi in un’altra lingua implica l’essere disposti a dirsi e a raccontarsi in un modo nuovo, a pensarsi in un modo nuovo. E, quindi, a coesistere in un modo nuovo.

Il miracolo della pace costruita a Rondine, quella pace in grado di depotenziare davvero il conflitto, diventa così la capacità dei singoli ragazzi di ridefinirsi in modo positivo, «a partire dalla mia persona. All’inizio infatti — è ancora Ibrahin a parlare — coglievo solo il negativo, ciò che non ero e che mi differenziava dagli altri. (…) Da piccolo quando sentivo la parola Israele o israeliano, provavo un sentimento negativo in cuore, una fitta forte che faceva male (…) Ora la parola israeliano ha un nome, due occhi, una mano tesa e tanti ricordi. E quando la sento, il mio cuore sorride».

Gli fa eco Maria. «Ho capito cos’è per me la pace: io che mi preoccupo per il fratello del mio nemico, per sua madre e per i suoi cari che piangono dall’altra parte del conflitto. Come i miei. La pace è quell'abbraccio senza incolpare nessuno».

di Silvia Gusmano

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