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​Il sole di Kabul

Il suo nome, Shamsia, significa sole: ebbene, i raggi di questa giovane ventiseienne, insegnante di scultura presso la facoltà di Belle arti a Kabul, si stanno da qualche tempo riflettendo sui muri della capitale afghana. Shamsia Hassani, infatti, disegna burqa azzurri — come racconta Jessica Cugini su «Combonifem» — che prendono vita grazie a spray, colori acrilici e pennelli, riempiendo scorci della città. Shamsia ha deciso di mostrare l’arte a chi spesso ha potuto vivere circondato da immagini che parlano solo di guerra, e ha scelto di farlo all’aperto affinché i suoi disegni siano accessibili alla gente attraverso «immagini simboliche che riescano a dire quel che a voce sarebbe difficile esprimere in pubblico». Nata in Iran nel 1988, Shamsia è figlia di rifugiati afghani originari di Kandahar, patria dei talebani, dove il suo sogno di dipingere e studiare arte non avrebbe potuto realizzarsi. Ma nel 2005 la famiglia decide di trasferirsi a Kabul, e per la ragazza inizia un’altra storia. Che la porta nel 2009 a venire premiata come uno dei migliori artisti del suo Paese, e poi a esprimersi pubblicamente con l’arte di strada, idea nata dopo aver frequentato un laboratorio con l’artista inglese Waybe “Chu” Edwars, noto per i graffiti tridimensionali. «Il problema vero — racconta la giovane — non è tanto la polizia, che non si occupa di queste cose, ma la mia sicurezza» in un Paese in cui solo il 14 per cento delle donne sa leggere e scrivere, e dove bisogna uscire velate. Non è facile agire indisturbate: a piovere su Shamsia non sono solo insulti, ma spesso anche pietre. Le molestie sono all’ordine del giorno. Ma Shamsia non si scoraggia: se non può intervenire subito, fotografa gli scorci della città scelti e, tornata nel suo studio, davanti al computer, crea disegni digitali e li adorna, oppure stampa direttamente le foto che ha realizzato e poi ci dipinge sopra. A questa alternativa ha dato anche un nome, Dreaming Graffiti, perché dalla foto prima o poi — ne è sicura — il disegno arriverà al muro. «Dipingo — racconta a Cugini — per lo più donne dal burqa azzurro, colore che associo alla libertà e alla serenità: voglio raccontare le loro storie, trovare un modo per salvarle dal buio, per mostrarle in altro modo, per dare visibilità a una realtà di cui non si può parlare. La gente è convinta che il problema principale delle donne afghane sia il burqa. Ma non è così. C’è una mentalità da combattere, che porta il sesso femminile a essere escluso dai canali dell’istruzione, relegato in casa, costretto a una vita già decisa dove la donna può essere solo madre e moglie». Non a caso il suo graffito più famoso raffigura proprio una donna in burqa seduta sui gradini di un’abitazione diroccata: rappresenta l’incertezza femminile odierna. «Si sta chiedendo se riuscirà a salire o meno questa scala simbolica che altro non è che la società o se invece questa scala crollerà sotto i suoi piedi. L’ho dipinta perché le donne in Afghanistan devono stare attente a ogni passo che compiono». 

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09 dicembre 2019

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