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​Il soldato che disse no

· Tertulliano e il servizio militare ·

In occasione della morte dell’imperatore Settimio Severo, avvenuta nei primi giorni di febbraio del 211, i figli Aurelio Antonino (Caracalla) e Settimio Geta, per soddisfare un desiderio espresso dal genitore morente, decisero di distribuire un supplemento di paga ai soldati. Ciò avvenne anche nell’accampamento di Lambesi, nell’odierna Algeria, dove era di stanza la iii Legio Augusta. Durante la distribuzione del premio si verificò un fatto singolare: un soldato si rifiutò di coronarsi il capo, come era previsto nelle occasioni solenni, perché tale usanza era in palese contrasto con le sue convinzioni più profonde. Egli era, infatti, un cristiano e, in quanto tale, non doveva compiere pratiche che avessero una qualche valenza idolatrica. Sebbene a prima vista non particolarmente significativo, questo fatto di cronaca offrì a Tertulliano l’opportunità di scrivere un’opera intitolata De corona, ripubblicata in un volume, curato da Attilio Carpin, nel quale è accolto anche un altro scritto tertullianeo, il De patientia (Tertulliano, La pazienza – La corona, Bologna, Edizioni Studio Domenicano, 2018, pagine 504, euro 35). Quinto Settimio Fiorente Tertulliano nacque a Cartagine fra il 150 e il 160 e morì intorno al 240. Dopo una giovinezza dissoluta si convertì al cristianesimo in età adulta, fortemente colpito dalla testimonianza dei martiri. Dotato di ottime capacità di scrittore, si dedicò alla composizione di opere apologetiche, tra le quali spicca il celebre Apologeticum, scritte in difesa del cristianesimo, che testimoniano una fede forte e un’indole decisamente polemica, pronte a trasformarsi in armi potenti atte a contrastare le tesi dei pagani e degli eretici. È possibile datare intorno al 207 la sua adesione alle dottrine montaniste, imbevute di profetismo. Convinti dell’imminente ritorno del Signore, gli eretici montanisti univano a un estremo rigorismo morale il rifiuto di ogni legame carnale. È agevole comprendere perché in un simile contesto la questione del soldato cristiano che rischia la condanna a morte pur di non contravvenire alla fondamentale norma che vieta qualunque concessione all’idolatria — e idolatra poteva apparire il gesto di coronarsi il capo in onore di uomini potenti — abbia profondamente interessato il nostro autore. Bisogna precisare che il cristianesimo si diffuse ampiamente tra i militari e molti di loro, dopo la conversione, non ritennero necessario abbandonare l’esercito. In effetti, Tertulliano collega la questione del milite obiettore non tanto alla liceità dell’uso delle armi quanto piuttosto all’impossibilità per un cristiano autentico di venir meno alla regola, impostagli dalla fede, di non tributare onori e non compiere atti cultuali che spettano soltanto all’unico Dio e Signore. Certo, la vita militare nella sua interezza — compreso, ovviamente, anche l’uso della violenza — non era facilmente armonizzabile con il dettato evangelico, ma nel caso del De corona l’autore si dimostra preoccupato soprattutto della componente idolatrica della vicenda di cui fu protagonista il legionario di Lambesi. A tale proposito, non appare casuale la scelta operata da Tertulliano di esporre una lunga serie di argomentazioni antimilitariste miranti a dimostrare quale grave e profondo attrito esistesse tra la professione di fede cristiana e la prestazione del servizio militare. All’autore africano sta massimamente a cuore la limpidezza del “credo”, che non deve essere offuscata da comportamenti che possano risultare non pienamente consoni a essa. Per lui, non esiste peggior tradimento di quello del credente che scende a compromessi con la mondanità, inquinando così la purezza della propria appartenenza al Vangelo che deve essere testimoniata senza incertezze. Dunque, la vita militare presentava non poche insidie al cristiano che voleva rimanere coerente con le proprie convinzioni e nel De corona Tertulliano le sintetizza bene, indicando all’autentico credente due compiti essenziali: non cadere nell’idolatria e fuggire l’uso della violenza. A giudizio del nostro autore, figlio di un centurione della coorte proconsolare, il rigetto dell’idolatria e la condanna dell’uso delle armi mettono il cristiano nella condizione di non poter percorrere la carriera militare. Inoltre, il vero credente deve essere preparato a pagare il prezzo della propria fede, come quel giovane soldato della III Legione, il quale — scrive Tertulliano — «imporporato dalla speranza di versare il suo sangue, calzato con la calzatura fornita dal Vangelo, cinto con la più affilata Parola di Dio e armato di tutto punto secondo le parole dell’apostolo, meglio coronato aspirando alla corona derivante dal martirio, attende in carcere il donativo di Cristo».

di Maurizio Schoepflin

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16 settembre 2019

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