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Il sogno nel cassetto di Giulietta Masina

· Matermundi, omaggio teatrale a madre Cabrini ·

«I miracoli non ero io a farli. Tutto posso in colui che mi dà forza. Però bisogna darsi senza riserve» dice agli spettatori Giulia Lazzarini, interpretando madre Francesca Saverio Cabrini seduta sul palco dietro quella che fu davvero la scrivania della santa dei migranti, custodita dalla congregazione delle missionarie del Sacro Cuore di Gesù, da lei fondata. Lo spettacolo si intitola Matermundi (il testo è stato pubblicato a Milano da Officina Libraria nel 2017) ed è andato in scena l’anno scorso in occasione del centenario della nascita al cielo della suora di Sant’Angelo Lodigiano. Un’esile donna — suor Francesca non era potuta entrare in convento per problemi di salute — che attraversò ventotto volte l’Oceano, tra il 1889 e il 1912, per assistere gli italiani in cerca di lavoro a New York e in America latina, costruendo per loro scuole, ospedali, orfanotrofi.

Giulia Lazzarini al termine dello spettacolo allestito  dal teatro LabArca di Milano

Un «cardellino d’acciaio» la definisce Egidio Bertazzoni, l’autore della pièce. Il suo segreto? Un’incrollabile, tenace allegria nel fare il bene, scrive il drammaturgo attingendo ai suoi diari e alle testimonianze di amici e benefattori che finanziarono le sue opere. Chi non dona con gioia le sue energie e il suo tempo — madre Cabrini ne era convinta — ancora non ha sperimentato davvero il fuoco divino della carità e tantomeno potrà essere capace di contagiare gli altri.

«Sì, è vero, non è una leggenda — racconta in prima persona Giulia/Francesca Saverio — una volta alla partenza del piroscafo sentii una suora che, salutando i parenti, diceva: “Faccio volentieri questo grave sacrificio di partire per l’America”. Io ero lì, ho sentito benissimo e son saltata su: “Iddio non vuole importi sacrifici così gravi, figliola, resta!”. L’ho subito sostituita con un’altra. Andare in aiuto ai deboli non dev’essere un sacrificio, ma una gioia (...) c’era bisogno di persone decise, mica perse in chiacchiere o in preda a languori. Che pure, anche lì, c’era il suo bello, in quei lunghi lunghi viaggi... Io, che ho sempre avuto paura dell’acqua — una volta da piccola sono caduta nel Lambro — non ci pensavo neanche più da tanta che era la gioia di andare tra loro, a daghe una man, infatti ho attraversato l’Atlantico ventotto volte e una volta le Ande a cavall d’un asnu».

A volte, soprattutto con le consorelle, la carità si nasconde dietro modi bruschi e decisi, frutto di una sana concretezza campagnola, nota Bertazzoni. «Mi toccava rincuorare — dice Lazzarini parlando in scena con l’arcivescovo di Piacenza, fondatore degli scalabriniani — quelle che “immaginandosi la morte ai fianchi, se ne stavano nel loro lettuccio aspettandola, mute” e amministrare uno dei miei soliti rimedi, cioè “una forte sgridatina, che fu un tocca e sana”. La “forte sgridatina” era un rimedio sicuro, a cui ricorrevo spesso. C’è stata una suora, ad esempio, che durante una delle tante traversate una volta si coricò persuasa di star per morire dal mal di mare: son subito andata a trovarla, le ho dato una buona lavatina di capo, e le ho spiegato coi dovuti modi che quel male era prodotto dal suo amor proprio che ripugnava alle mie ammonizioni e che la bile che le faceva danno allo stomaco doveva curarsi non con il letto ma con l’umiltà».

Durante lo spettacolo, canzoni di inizio Novecento e foto d’epoca raccontano il dramma della povertà — insieme a Giulia in scena c’è anche Enrico Bonavera, che interpreta lo Zanni di Bergamo, l’antenato di Arlecchino nella commedia dell’arte — ma anche i volti e le testimonianze di tante storie a lieto fine. Come quella del celeberrimo regista italoamericano Frank Capra, che sbarcò con i genitori e i sette fratelli a Ellis Island. Le parole di madre Cabrini hanno lasciato il segno, confessa Lazzarini, attrice teatrale di lungo corso da sempre al fianco di Giorgio Strehler. «Sono stata conquistata dal percorso di questa donna che ha fatto delle cose enormi con grande generosità, coraggio e piglio ma, soprattutto, convinta che sarebbe andato tutto bene. Con quel talento inesauribile e quella megalomania rivolta al prossimo; più di una volta mi sono ritrovata a pensare che mi sarebbe piaciuto vivere come lei».

Un’altra grande attrice italiana — scrive Bertazzoni nell’introduzione al suo testo — ogni volta che si trovava a passare per Milano non mancava di fare un salto a Sant’Angelo, alla casa natale di madre Cabrini. Il suo sogno nel cassetto: fare un film sulla vita della santa, e recitare nella parte della protagonista. «Era Giulietta Masina. Non potrà più portare a compimento il suo progetto, ma so che a Hollywood ci stanno pensando, e ci sono i soliti problemi col budget (i velieri, i viaggi e conseguenti spostamenti della troupe e così via). Non oso pensare come avrebbe commentato tutto questo madre Cabrini. Comunque la protagonista è qui, prontissima come sempre; il nostro “cardellino d’acciaio”».

di Silvia Guidi

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17 dicembre 2018

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