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Il sogno e gli angeli
di Aldemilda

· ​Dal bambina di strada in Brasile a imprenditrice in Italia ·

Una favela  brasiliana

Non sempre si nasce sotto una buona stella. A me questo proprio non è capitato. Mi chiamo Aldemilda e sono nata in una famiglia molto povera. Ero una menina de rua, una bambina di strada. Sesta di otto figli, con una madre alcolizzata, mentre mio padre era deceduto quando avevo solo tre anni. Non potevo che vivere in strada, insieme ai miei fratelli e alle sorelle, che a volte mi proteggevano dai pericoli sempre presenti. La strada come vita, come regola, come scuola, ma anche come spazio e come gioco. Per noi in Brasile questa era la condizione di milioni di bambini e solo in questi anni, con gli interventi del presidente Lula, la situazione è un poco migliorata. Essere poveri davvero significa essere soprattutto affamati. Significa essere sempre in cerca di qualcosa. Da bambina mi mancava tutto, mio padre, mia madre, ma soprattutto mi mancava il cibo. A nove anni non pesavo nemmeno venti chilogrammi. Giravo per le strade della favela, minuscola e in cerca di cibo, sempre con la stessa maglietta. Ero curiosa e coraggiosa, misera, ma piena di voglia di vivere e di capire. Non era una condizione semplice, ma era la mia. Mi salvava l’immaginazione. Immaginare di star meglio ti può far star meglio. E nonostante la mia povertà, o forse proprio per questo, mi piaceva farmi bella e cercavo in ogni modo di imitare le donne che si truccavo e vestivano. Essere bella significava essere felice, nella mia testa di bambina di strada. Essere bella per potermi piacere.
Poi sono arrivati degli angeli dall’Italia. Sono stata adottata; sono stata portata via da tanta differenza e mi è stato regalato un futuro. I miei nuovi genitori arrivavano da Napoli e mi portarono con loro. Fu un momento meraviglioso, che non scorderò mai. Da bambina sognavo molto. Nelle povere strade di una favela a volte per i bimbi di strada si può sopravvive solo sognando. Non avevo proprio carenze di sogni e tra questi sogni era forte per me il desiderio di vedere la neve, cosa quasi impossibile in Brasile. Gli angeli mi vennero a prendere e mi portarono in volo verso l’Italia. E un piccolo sogno di bambina si avverò subito. Appena arrivati a Roma, era dicembre, stava nevicando. Fuori l’aeroporto i primi fiocchi mi accarezzarono il volto di bambina: fu bellissimo, un benvenuto carico di magia nel mio nuovo paese. Forse un presagio, noi brasiliani un po’ ci crediamo a queste cose.
Non ci misi molto ad ambientarmi, la mia famiglia napoletana mi ha dato calore e amore, mi ha dato una casa e un futuro. In una città che in fondo mi ricordava le cose migliori del Brasile, come la musica, l’allegria della gente semplice, il sole e il calore umano. Napoli è una parte di me. L’ottimismo del mio carattere forse viene dal mio essere brasiliana, o forse proprio dalla mia storia e dalla svolta che ha avuto. E non mi manca nemmeno l’allegria, cresciuta come sono stata tra Napoli e Bahia.
Come in tutte le famiglie i problemi di incomprensione non sono mancati, indipendentemente dal fatto che fossi stata adottata: da ragazzi penso sia normale e la mia storia non mi aiutava a capire tutto quanto dovevo capire, ad adattarmi a tutto quanto dovevo adattarmi. La mia prima educazione era stata la strada e non avevo mai fino ad allora avuto genitori a cui affidarmi e a cui obbedire. Non è stato facile. Se c’era una cosa che i miei nuovi genitori non potevano tollerare è che tornassi a frequentare a Napoli proprio quella strada da cui mi avevano tolto in Brasile. Ho studiato anche per questo. Dopo il diploma in lingue, decisi di frequentare un corso di formazione professionale triennale e di diplomarmi come estetista. Mi andava l’idea di imparare un mestiere che avesse a che fare con il calore umano, i rapporti tra le persone e che soprattutto mi permettesse di dedicarmi alla bellezza, alla cura estetica, proprio io che avevo solo una maglietta da bambina con cui coprirmi, io che non avevo mai avuto una bambola e cercavo invano qualcosa con cui truccarmi e farmi bella in mezzo alla favela. Forse anche questo non è un caso.
Ho iniziato a lavorare come dipendente nei centri estetici, dove ho potuto imparare una professione che è richiesta, ma in cui la concorrenza non manca. Credo che il carattere in questo lavoro sia importante: essere al tempo stesso precisi, attenti, ma anche cordiali e mettere a proprio agio gli altri. Dopo alcuni anni come dipendente in diversi centri estetici mi sono trasferita a Parma e lì ho deciso che dovevo provare l’avventura di diventare imprenditrice, di mettermi in proprio e aprire una mia attività. Rendere più belle le persone, per renderle forse un po’ più felici.

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