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Il sogno di Claudia

· Elena Bono racconta la moglie di Pilato ·

È sempre stata grande, per gli scrittori, la tentazione di dare volto e parole, cuore e anima, a personaggi che compaiono solo per un istante nei Vangeli. Anche se contano poco nella narrazione, essi fanno comunque parte di quello sparuto gruppo di testimoni che ha conosciuto Gesù nella sua vita terrena, che ha vissuto l’esperienza sconvolgente di incontrare il Figlio di Dio. Ma ancora più appassionante è immaginare cosa possano avere provato non soltanto i testimoni del supplizio e della morte di Gesù, ma addirittura coloro che ne sono stati a vario titolo responsabili. Innumerevoli sono infatti i romanzi su Ponzio Pilato e su Giuda, personaggi storici di cui sappiamo pochissimo ma che hanno suscitato in tanti curiosità mista a sgomento. Si è sempre pensato che entrambi — ma troppo tardi — si siano resi conto di avere causato l’uccisione del Figlio di Dio, cioè di essersi macchiati del più terribile delitto di cui possa macchiarsi un essere umano. Elena Bono, in questo racconto lungo, affronta il tema della crocifissione da un punto di vista inusuale, quello della moglie di Pilato, citata dal solo Matteo nella narrazione della passione, come protagonista di un sogno doloroso che la induce a tentare di dissuadere il procuratore dal condannare Gesù. Una donna quindi avrebbe tentato di salvare Gesù, mentre gli uomini decidevano di condannarlo. 

Elena Bono

All’interno di una magistrale ricostruzione dell’ambiente intellettuale dell’élite imperiale nel quale vivevano Pilato e la moglie, Claudia Procla — immaginata discendente illegittima di Augusto, e quindi più importante del marito dal punto di vista sociale — si muove da vera signora qual è, senza riuscire a nascondere il turbamento che l’ha tormentata da quando ha incontrato il Nazareno. L’ha incontrato solo in una visione, avvenuta mentre Gesù si trovava effettivamente all’interno del palazzo dove lei viveva, a colloquio con il procuratore. In questo modo l’autrice ci fa capire bene come fosse potente e forte anche la sola presenza di Cristo, se pure non percepibile con gli occhi, attraverso le reazioni che ne hanno Claudia e le sue ancelle. La convinzione forte che attraversa il libro è che chi lo ha incontrato — anche in questo modo quasi indiretto — non può che averne avuto la vita travolta, trasformata per sempre. Chi ha visto quel volto, non lo dimenticherà mai più: dice Claudia «mi voltava le spalle e non sapevo chi fosse. Le sue spalle non erano piagate, non recavano nessun segno, eppure mi diedero subito impressione di spalle percosse, non so come. Mi trovai a pensare: hanno fatto del male a quest’uomo. E mentre lo penso, lui volta il capo e mi guarda. Io non ti posso dire il suo viso… non piange, non è sfigurato, non macchiato di sangue, nulla… come lo vedo io non ha nulla sul viso... eppure è dolore, è dolore... è tutto quello che avevo sentito e molto, molto di più… tutto quello che è stato sofferto al mondo e sarà sofferto… e molto di più».
Anche se, come Claudia, ci mette anni ad accettarlo, oppure, come Pilato, non lo accetterà mai.
L’autrice fa capire come sia proprio l’amore per il marito, il senso di protezione che Claudia sente nei suoi confronti, il senso del dovere come moglie, che trattengono Claudia dal fare i passi decisivi verso una più completa comprensione dell’incontro che le ha cambiato la vita. Anche perché nel racconto la donna capisce che sta proprio nell’avere vissuto questa esperienza terribile e straordinaria il legame che la unisce a Pilato e le fa capire il suo tormento.
Solo dopo la morte del marito, infatti, Claudia fa rintracciare il centurione che ha assistito come protagonista alla crocifissione, e che si è convertito, e da questo uomo semplice riceve le risposte che le mancavano per capire cosa è accaduto. L’umile comprensione del centurione, che sa accettare il mistero della crocifissione, si contrappone alla resistenza intellettuale che Seneca — nel corso di un lungo colloquio con Claudia — rivela davanti all’idea di un Dio che si fa crocifiggere. A differenza del poeta Lucano che, con la chiaroveggenza degli artisti, sembra invece avere già compreso molto. Nell’ultima partecipazione di Claudia a una festa con i suoi pari — una splendida rievocazione dell’eleganza e della cultura delle élites negli anni dell’impero — ella capisce che quello non può più essere il suo mondo, che la filosofia, se pure rappresentata al suo meglio, non basta a dare un senso alla vita, alla morte, alla sofferenza. Il lungo colloquio con l’amico Seneca rende partecipe il lettore di questo lungo percorso interiore, che prima aveva solo intuito. E fa comprendere come la nuova era, quella cristiana, abbia le sue radici in una verità semplice e profonda che sbaraglierà il mondo antico. Claudia il giorno successivo — in un certo senso con la benedizione dell’amico filosofo — si recherà da Paolo, e comincerà, non solo per lei, ma per tutti, una nuova epoca.

di Lucetta Scaraffia

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26 maggio 2019

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