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Il sogno di chi?

«Ecco dunque la cronaca di quei due incredibili giorni e di quell’incredibile notte come li ho visti a Houston, Texas, dal momento in cui la prima astronave terrestre si posò sulla Luna, il 20 luglio 1969, fino al momento in cui ne ripartì, il 21 luglio 1969». Di questo sbarco, apripista di una nuova era, una donna fiorentina — minuta ma granitica, molto amata e odiatissima — ha scritto un resoconto destinato a diventare storia. Dalle pagine de «L’Europeo» e da quelle di due tra i suoi tanti libri — Se il sole muore (1965) e Quel giorno sulla luna (1970) — con lo stile e con lo sguardo che le erano propri, Oriana Fallaci ha scandagliato il prima, il dopo e il durante. Volendo innanzitutto capirlo. Per farlo se n’è andata negli Stati Uniti, dove ha vissuto per anni. Accanto agli astronauti, ai loro problemi, alle loro speranze e paure, per conoscere il loro mondo. Ha osservato i mezzi tecnici e finanziari necessari all’impresa, ha assistito alla selezione dei candidati, ha intervistato scienziati, astronauti, economisti, scrittori di fantascienza. Ha conosciuto l’ambiente della Nasa, cercando di capire come la società americana — che in quegli anni appariva sempre più fondata sulla tecnologia — si stava sviluppando. Per accorgersi di tutto quello di cui non ti puoi accorgere se rimani solo qualche giorno; se, come un inviato tipo, vai lì qualche-giorno-prima e te ne riparti qualche-giorno-dopo. Invece Oriana Fallaci è andata ed è rimasta. Della luna ne scrive innanzitutto in quel libro forte e complesso che è Se il sole muore, dedicato al padre («che non vuole andare sulla Luna perché sulla Luna non ci sono fiori né pesci né uccelli»), a Teodoro Freeman («che morì ucciso da un’oca mentre volava per andar sulla Luna»), ai suoi amici astronauti («che vogliono andar sulla Luna perché il Sole potrebbe morire»). Un libro — come moltissimi dei suoi — anche coraggiosamente autobiografico; un dettagliato reportage di quasi 500 pagine che parte dal conflitto della protagonista, Oriana, con suo padre. La polemica fotografa il conflitto tra generazioni, gli anziani ancorati al passato e i giovani tesi verso la vertigine del futuro, e ripercorre vent’anni di fatti e vicende, miti e delusioni alla luce del domani che si stava spalancando davanti all’umanità. «Il mondo restava una lunga promessa e il cielo donava tante case accese, papà. E se la Terra muore, e se il Sole muore, noi vivremo lassù». Negli anni successivi, la luna si avvicinerà sempre più. Oriana continua a scrivere, a domandare e a domandarsi, a cercare di capire. Lo stile è sempre e ancora il suo — secco, rapido, di quel giornalismo che rende storia la cronaca di tutti i giorni. Lei è sempre onesta e spietata in quello che racconta; spietata anche e soprattutto verso se stessa. Non tralascia nulla, non nasconde nulla. Nelle sue pagine c’è quel che vede, quel che sente e prova, c’è quello che la inganna, quello che la indigna e la commuove, quel che la esalta o terrorizza, restituendoci tutta la complessità di quel tempo spartiacque della nostra storia. Una complessità non tanto e non solo dell’impresa spaziale in sé, ma piuttosto una complessità politica, economica, sociale, culturale. Ed è qui che la cronaca di Fallaci diventa storia: se al centro ci sono il mito della luna, la sua conquista, la vertigine potente che provoca lo sbarco su quel pianeta, il vero protagonista è sempre l’umanità. La terra e i terrestri con tutti i loro problemi. «A noi contemporanei, a noi spettatori, resta solo da narrare ciò che abbiamo visto e udito ora con orgoglio ora con vergogna. Giacché siamo composti dell’uno e dell’altra, e anche nel viaggio alla Luna gli uomini hanno dimostrato la loro bellezza e la loro bruttezza, che è come dire la loro umanità». Perché tra le sue due lune — la luna del pre e la luna del dopo luglio 1969 — Oriana aveva conosciuto e vissuto la guerra del Vietnam, le ripercussioni dell’omicidio di Martin Luther King, le pallottole del massacro di Tlatelolco. Come le disse — lo riporta in quel sublime inno alla vita (e diario di guerra) che è Niente e così sia — François Pelou, «la Luna è un sogno per chi non ha sogni».

di Giulia Galeotti

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15 settembre 2019

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