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Il sogno
di Charles Dickens

· Sul rapporto tra i cattolici di lingua inglese e la letteratura ·

In un libro di Enrico Reggiani

Per complessità, l’interrogativo su come definire il rapporto tra cattolici di lingua inglese e la letteratura si può paragonare al celebre enigma che la Sfinge rivolge a Edipo. Una complessità dettata principalmente dalla congerie di teorie che invece di contribuire a sciogliere il nodo, lo rafforzano, a discapito di una comprensione chiara e fruibile di un legame che riveste un ruolo importante nella storia della cultura. 

Il cardinale John Henry Newman

Si cimenta nell’impegno, dunque non facile, di districare una matassa intricata e di sgombrare il campo da orientamenti fuorvianti, Enrico Reggiani nel libro Bellezza cangiante. Cattolici di lingua inglese e letteratura: esercizi critici ed elzeviri (Milano, Vita e Pensiero, 2018, pagine 377, euro 30), che raccoglie tre decenni di indagini critiche sulle differenti manifestazioni del rapporto suddetto, ispirate dalla consapevolezza della rilevanza ermeneutica della Catholic Literacy.
Gli esiti di tali indagini sono disposti in una struttura bipartita che affianca una prima sezione di esercizi critici di ampie dimensioni testuali e una seconda di elzeviri di alcune pagine. Gli esercizi critici, apparsi originariamente in pubblicazioni scientifiche, indagano diffusamente e in modo analitico tre fasi emblematiche della presenza degli scrittori cattolici di lingua inglese per quanto riguarda la loro esperienza storica, formazione culturale, riflessione teorica e produzione testuale: le “radici medievali”, attualizzate in un testo trecentesco della cosiddetta Alliterative Tradition; l’Ottocento vittoriano e il Novecento irlandese.
Gli elzeviri, proposti su quotidiani e periodici a diffusione nazionale, esaminano più sinteticamente gli esiti della matrice cattolica in una nutrita serie di protagonisti letterari disseminati lungo un esteso arco temporale compreso tra «il persistente enigma shakespeariano e il genio contemporaneo di John Banville e di Seamus Heaney».
Nel focalizzarsi sul contributo letterario dei cattolici inglesi del periodo vittoriano, l’autore, professore ordinario di letteratura inglese, rileva la loro ossessione in merito alla lotta contro la disarmonia, nel segno della volontà della riaffermazione del primato di un ordine grazie al quale costruire paradigmi etico-comportamentali da proporre alle classi irrequiete della nazione.
Tale lotta comportava vari fronti simultaneamente e su piani distinti e tendeva a frammentarne il profilo religioso e l’identità storico-culturale proprio per l’intrusione di una serie di “disarmonie” non agevolmente componibili. Ad esempio, da un lato tra l’English Catholic development (sostanzialmente costituito dalla Catholic gentry e dall’insignificance of the Catholic middle-class) e l’Irish Catholicism (ovvero working-class ed emergent middle-class, nonché autoctono e di emigrazione).
Lo scenario è assai articolato quando l’indagine passa a investire i segreti del “cattolico” Shakespeare. Diverse valutazioni, rileva l’autore, si sono sedimentate nel tempo riguardo alla questione della fede religiosa del cigno di Stratford-upon-Avon. In epoca vittoriana si combatterono “epiche guerre culturali” per il controllo della somma istituzione shakespeariana, giacché, scrive Reggiani, tale è sempre stato il Bardo, ovvero un’istituzione nazional-culturale.
I vittoriani si divisero tra chi ne difendeva il profilo anglicano e chi, soprattutto dopo l’Atto di Emancipazione dei cattolici promulgato dal Parlamento di Londra nel 1829, ne faceva emergere e ne valorizzava, invece, il diritto di «essere quello che era stato fin dalla nascita e di averlo detto nelle sue meravigliose creature letterarie con la necessaria prudenza richiesta dai suoi tempi».
Nel trattare poi il cardinale John Henry Newman, l’autore sottolinea l’importanza da lui attribuita all’immaginazione letteraria, sin dal saggio giovanile sulla Poesia con riferimento alla poetica di Aristotele (1829). Dell’immaginazione Newman venne gradualmente elaborando una concezione di strumento mentale al servizio di un discernimento razionale, e ne utilizzò le risorse nel suo metodo teologico per rappresentare la profondità intellettuale del credo religioso. Nel corso di tale elaborazione — osserva Reggiani — Newman si tenne sapientemente al riparo tanto dai dettami enciclopedistici della cultura letteraria settecentesca (nel cui ambito comunque apprezzava l’esempio di Joseph Addison e Samuel Johnson), quanto dagli squilibri soggettivistici di quella romantica (come dimostra una lettera del 1885 al saggista William Samuel Lilly in cui dichiara di «non aver mai letto una parola di Coleridge», eppure così spesso impropriamente evocato come suo modello).
La controversa questione del rapporto tra Charles Dickens e il cattolicesimo, evidenzia l’autore, avrebbe da tempo dovuto suggerire maggiore prudenza ai dickensiani, intesi nel senso di studiosi più che come generici cultori dell’autore. In verità su tale rapporto l’indagine critica non risulta essere molto estesa, tanto che esiste una sola monografia al riguardo, scritta nel 1981 da Dennis Walder, oggi docente presso la britannica Open University.
Una prudenza — scrive Reggiani — che sarebbe stata anzitutto apprezzata dallo stesso Dickens il quale «si tenne sempre in perfetto equilibrio tra la sua assenza di sympathy per la Romish Church e la stima per alcuni apprezzati amici tra i seguaci del suo credo». Ma non si deve certo dimenticare quel famoso sogno del 1844 fatto da Dickens e di cui scrisse in Life of Dickens l’amico e biografo John Forster: nel sogno lo spirit di Mary, amatissima sorella della moglie, morta prematuramente a 17 anni, disse con tenerezza a Dickens che, per lui, la migliore religione era la Roman Catholic.
La tensione critica rimane alta e vibrante quando l’autore si dedica a G. K. Chesterton, Anzitutto si rifà a un maestro della scrittura biografica, Ian Ker, sacerdote cattolico e docente di teologia dell’Università di Oxford, il quale dedicò a Chesterton un poderoso volume di 747 pagine.
Iker lamentava la sottovalutazione, in qualità di critico letterario, sofferta dallo scrittore, per il quale, scrive il sacerdote, «la lotta per la cultura è prima di tutto una lotta per la coscienza. Ciò che alcuni chiamano coscienza di sé, ma in ogni modo contro la semplice sub-coscienza». Tale lotta, sottolinea Reggiani, deve essere condotta sul terreno dell’ermeneutica di quell’arte e di quella competenza letterarie che Chesterton praticò con tale originalità «da costringere persino l’anti-teista Christopher Hitchens a riconoscergli una “magica facoltà di essere indimenticabile”».
Una penna illustre, Emilio Cecchi, in un articolo pubblicato nel 1913 sul quotidiano «La Tribuna», definì Chesterton «l’apostolo giocondo»; nel 2014 Strafortd Caldecott, in un contributo apparso su «The Imaginative Conservative» scriveva: «Sono sicuro che Chesterton è in paradiso con i santi, o almeno spero, perché ciò lascia qualche speranza al resto di noi essere umani. Tuttavia, la ragione per cui dovremmo dedicare tempo e sforzi a dibattere sulla sua santità è che ci servono molto più tempo e sforzi per leggere e comprendere la sua critica alla modernità e le sue proposte per un’alternativa a essa».
Tale invito — rileva Reggiani — acquista particolare rilievo nel caso della lettura e della comprensione di The Man Who Was Thrusday, che Chesterton descrisse nella sua Autobiografia (1936) come «un incubo di cose, non come sono, ma come sembravano al giovane pessimista a metà dell'ultimo decennio dell’Ottocento». Pubblicato nel 1908, mentre sulla caleidoscopica scena letteraria di lingua inglese apparivano l’edizione newyorkese di Lord of the World di R.H. Benson e quella londinese di A Room with a View di E.M. Forster, The Man Who Was Thursday si impone come un’opera che intende rappresentare una crisi culturale e in cui l’autore elabora la propria protesta e forgia la propria rivolta contro l’ortodossia del pessimismo dogmatico.

di Gabriele Nicolò

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09 dicembre 2019

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