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Il Sinodo prega per l’Ecuador

· Proseguono le proteste contro la riforma economica ·

Le preoccupanti notizie che giungono dall’Ecuador stanno suscitando nei padri sinodali un senso di forte apprensione. Per questo nella mattina di mercoledì 9 ottobre nell’Aula si è levata una corale preghiera per la pace nel Paese latinoamericano.

Una testimonianza di solidarietà soprattutto nei confronti degli indigeni, appartenenti alle fasce più povere della popolazione, protagonisti delle proteste iniziate ai primi del mese, dopo che il governo ha annunciato una riforma economica caratterizzata da drastiche misure di austerità. La dichiarazione dello stato di emergenza e l’imposizione del coprifuoco parziale non hanno fermato i manifestanti, il cui numero aumenta di giorno in giorno nonostante gli arresti conseguenti agli scontri con le forze di polizia.

«Le notizie che ci giungono — spiega all’Osservatore Romano il vescovo e padre sinodale Rafael Cob García, vicario apostolico di Puyo — destano in noi una preoccupazione molto grande. Arrivano proprio in questo periodo in cui siamo qui riuniti nel Sinodo per l’Amazzonia. Sappiamo della lotta dei popoli che reclamano i loro diritti. Auspichiamo che ci sia un vero dialogo tra le parti, perché questa tensione che si è creata è giunta a un punto molto grave. Speriamo che si possa trovare una via d’uscita attraverso soluzioni alternative in cui vi sia l’intermediazione della Chiesa attraverso la Conferenza episcopale. Così come riteniamo si possano coinvolgere anche gli altri protagonisti, cioè il governo e gli oppositori. Si tratta soprattutto dei trasportatori — contrari al decreto che di fatto abolisce i decennali sussidi per il carburante — e della comunità indigena che paga il prezzo più alto delle riforme. È stato per noi un po’ allarmante venire a conoscenza della situazione e della distruzione anche di edifici pubblici. Speriamo che Dio illumini la mente di quanti hanno nelle loro mani il potere di decisione e si possa arrivare a un accordo».

Interpellato sul ruolo che potrebbe svolgere la Chiesa nella delicata vicenda, il presule risponde sottolineando come l’autorità morale di quest’ultima sia «molto importante in questi momenti, soprattutto per far giungere la sua voce a tutte la parti. Mi riferisco al governo e anche al popolo e all’opposizione. Chiediamo ai responsabili del governo che possano ridiscutere la situazione e vedere quali sono le alternative per la pace. Non c’è possibilità per giungere ad essa se non l’ascolto e il dialogo. Infatti la pace viene dalla giustizia. Perciò dobbiamo tenere molto bene in conto e ascoltare anche le richieste che hanno ognuna delle parti».

Infine soffermandosi in particolare sulle rivendicazioni degli indigeni, il presule evidenzia come essi abbiano «sempre chiesto che si rispettino i loro diritti, specialmente in relazione ai loro territori, in cui il governo ha già concesso lo sfruttamento e l’estrazione sia di petrolio sia di materiali minerari. Già da tempo reclamano e lottano per difendere le loro terre da ogni estrazione e deforestazione. Anche il fattore importante dell’acqua, che è un elemento fondamentale per la sopravvivenza, viene coinvolto dall’estrazione e sta compromettendo i fiumi con la contaminazione. I popoli indigeni — conclude — difendono l’acqua che dà vita ai popoli».

di Nicola Gori

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