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Il silenzio a caro prezzo

· Sapermi ascoltare nel tempo dei social network ·

Con questo contributo prende avvio una riflessione sulle mutazioni di Internet, dei social media e del digitale nella sfera dell’antropologia, della teologia, della pastorale. L’autore, sacerdote della diocesi di Concordia-Pordenone, studia tali dinamiche e per l’Editrice Il Pozzo di Giacobbe dirige le Collane “Discernere hic et nunc” e “Capire il nuovo”.

Quando dico che la tecnologia mi sta cambiando, in realtà, sto ancora pensando allo strumento in silicio che ho in mano, allo smartphone, al computer e iPad portatili. Si insinua l’illusione che lo strumento, come oggetto in sé, sia una cosa e la mia capacità di gestirlo sia un’altra. È un’illusione, appunto. Perché la realtà è ben diversa. In un tempo caratterizzato dall’estrema cura del corpo, da esibire in ogni dove, ogni volta che prendo in mano lo smartphone non sto accedendo a un oggetto, ma sto entrando in relazione con me medesimo, attraverso vie inedite e non pienamente consapevoli. È quella che definisco la “pelle digitale”: si riproduce continuamente nel nutrire la mia persona viralizzata nei social, nel fornirgli cibo abbondante a suon di foto, video, post e soprattutto follower. Non è un caso, dunque, che si moltiplicano in Italia centri di cura per la dipendenza da Internet, dall’eremitaggio digitale. In realtà, il vero agente patogeno che soggiace alla dipendenza non è da ritrovarsi nello strumento del silicio, né nel profilo di Instagram (facile alibi cui attribuire colpe) ma in me persona, in carne e ossa. E di quale agente patogeno sto parlando? È quello che si incunea e inocula nel mio pensiero, nel mio pensare e ragionare, nel mio modo di gestire il tempo e gli impegni. È quello che Gesù nel Vangelo addita come un ladro che viene e scassina. Non è di facile diagnosi, perché tale patogeno — per dirla con Ignazio di Loyola — entra in me passando per il mio pensiero e se ne va lasciando il suo. Il primo a cadere sotto il suo attacco sottocutaneo è il silenzio. Il silenzio, oggi, è a caro prezzo. A tre cifre è il biglietto ferroviario riservato nella carrozza del silenzio. Se non puoi permettertelo, viaggi tra il vociare di persone come se fossero nel loro salotto, video su Youtube visti e ascoltati ad alto volume incurante della persona che hai accanto, spalmando e diffondendo gli affari personali nell’intera carrozza. Se provi a chiedere cortesemente di abbassare tono e volume di voce e telefono, sei redarguito con sguardi di invadenza in casa altrui. Non è (solo) questione di un eccesso di rumori, suoni e frastuoni. È questione di carenza dell’aver fame e sete, nel sapermi e volermi ascoltare. Essere inconsciamente bulimico della melassa digitale che sgorga a getto continuo dallo schermo di smartphone e iPad mi rende progressivamente anoressico dall’affetto più necessario: quello di volermi bene. Dell’avermi a cuore, del prendermi cura di me. Ogni disturbo alimentare, psicologo e nutrizionista lo insegnano, porta in sé la fame d’amore, d’affetto nell’accettarmi, nell’accogliermi per ciò che sono e come lo sono. Accendere lo smartphone non è più sinonimo di telefonare a qualcuno, ma di ricercare qualcuno che mi faccia sentire bene, o meglio di come sono. Il silenzio, pertanto, non significa silenziare lo smartphone, né mettermi le cuffie per non disturbare. Il silenzio è una voce che devo imparare ad ascoltare, che ancora non conosco, perché ogni voce che nasce nel silenzio è un ritorno a casa, un ritornare alla mia identità genuina. Le campagne di sensibilizzazione per una dieta dalla tecnologia sono ovviamente da favorire. Così dicasi per gli appelli continui alle molteplici dipendenze che da esse possono derivarne. Sta di fatto, però, che ribadire che sono diventato schiavo dei social è un vicolo cieco. Perché la cecità non è nel guardare ossessivamente il profilo social mio e altrui, ma nella riduttiva capacità di ascoltarmi. I desideri li trasformo in bisogni, le possibilità le rivesto di necessità, le delusioni le riempio con quelli che chiamo “acquisti metadonizzati: per resistere alla droga pesante, prendo il metadone; per colmare voragini abissali di paure e insicurezze, corro al centro commerciale (climatizzato) dove conoscono commercialmente bene in che modo sedarmi (per un po’, per poi ritornarvi ancora).

Il silenzio, dunque, non è questione di luogo e ricerca di ambienti che appaiono fuori dal tempo (come i monasteri) visti come luoghi di vera solitudine. Per poi accorgersi che gli stessi monasteri e le persone che vi abitano, nel tempo attuale dei social network, non sono schermati dai patogeni carsici e aggressivi favoriti dagli strumenti in silicio. Maestre e maestri di noviziati semivuoti, delegate alla formazione di consacrate e rettori di seminaristi ne sanno qualcosa, quando si vedono bussare alla grata e alla porta personalità bulimiche in piena confusione rivestita di buone intenzioni di servire il Signore, di donarsi agli altri, cucinandosi una vocazione su misura e su di sé. Se ho una parola-tappo su tutto, su tutti, se ribatto sempre e comunque a osservazioni ricevute, è segno che non so più ascoltarmi e il silenzio stesso, da amico, lo vivo come nemico. In un tempo di esaltazioni digitali con vite vetrinizzate, il silenzio matura nella terra delle umiliazioni ricevute, dei consigli indigesti che ascolto, delle fatiche a chiamare per nome e cognome le mie fragilità e le mie debolezze. Il silenzio, allora, non solo è necessario, ma è da ricercare alla stregua della cura che metto nel postare la foto migliore nel mio profilo. Il silenzio è cura non (solo) perché mi guarisce (se non so di essere malato), ma è cura perché si prende cura di me, chiedendomi di frequentarci costantemente per imparare a conoscerci e riconoscerci.

di Giacomo Ruggeri

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21 agosto 2019

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