Avviso

Questo sito utilizza cookies...
I cookies sono piccoli file di testo che aiuto a migliorare la sua esperienza di navigazione nel nostro sito. Navigando in ogni parte di questo sito lei autorizza l'utilizzo dei cookies. Maggiori informazioni sulla policy dei cookies visualizzando le Condizioni di utilizzo.

Il Signore delle nostre storie

· ​La santità dei coniugi Martin ·

La Chiesa in ogni tempo, attraverso la canonizzazione dei santi, ha custodito la memoria di significativi modelli di santità per l’edificazione dei cristiani, ma solo negli ultimi decenni ha sentito l’urgenza di dare il dovuto riconoscimento anche a quella santità che fiorisce in ambito laico, in particolare all’interno della famiglia. Ne è un esempio la canonizzazione dei coniugi Martin avvenuta il 15 ottobre scorso, proprio durante i giorni del sinodo.

La sintetica ricostruzione in quindici meditazioni della vita dei Martin, scritta da Hélène Mongin, appena pubblicata in italiano con il titolo Luigi e Zelia Martin genitori di Teresa di Lisieux (Milano, Gribaudi, 2015, pagine 91, euro 7,50) mette bene in luce i tratti più significativi di quella santità che in realtà costituisce l’essenza della vita cristiana.

La santità non richiede uno status, ma una testimonianza concreta, visibile. Non riguarda la forma ma la sostanza. Come a dire che nessuna investitura può garantire un’effettiva trasformazione, bensì solo una fedeltà costante esercitata nella fatica di tutti i giorni, attraverso luci e ombre perché, nella prospettiva dell’eterno, tutto dovrà essere trasfigurato. Solo così gli eventi di una quotidianità apparentemente ordinaria assumono l’aspetto di una storia straordinaria mettendo bene in evidenza, riprendendo sant’Agostino, come la città di Dio si espanda all’interno della città terrena, lì dove scorre la vita. E a tale proposito il vangelo di Giovanni afferma: siate nel mondo, ma non appartenete al mondo. In origine, del resto, i cristiani, erano chiamati i santi. L’incarnazione del Verbo produce questo passaggio forte che investe la natura umana. Il tre volte santo, rivelandosi nell’umanità di Gesù, fa della santità una potenzialità possibile per ogni essere umano.

Dunque, si chiede l’autrice, «perché e come Luigi e Zelia sono divenuti dei santi? È semplice, lo hanno desiderato». La santità, come ogni altra risorsa umana, per svilupparsi, va innanzitutto desiderata. Ed è proprio Zelia a ripetere spesso «mio Dio, vorrei proprio essere santa». Attitudine questa ai nostri giorni alquanto disattesa come se, per una specie di scontata convinzione di inadeguatezza, fosse divenuta una cosa da non osare neppure di desiderare. Del resto è proprio il concilio Vaticano ii a metter in luce che la chiamata alla santità è universale e che quindi riguarda tutti, religiosi e laici, al di là del loro status.

Il desiderio di santità, per trasformarsi in comunione profonda come nel caso dei coniugi Martin, deve però essere ascoltato e coltivato personalmente. Solo dove ognuno pone al centro il proprio rapporto intimo con Dio, dove è alimentata la relazione verticale che scava nel profondo, si consolidano e si santificano le relazioni. La coppia infatti «a immagine della Trinità, unisce nell’amore persone ben distinte». Questo modello di santità coniugale implica quindi in primo luogo un personale cammino di santità.

Luigi ama la sosta contemplativa, riservandosi momenti di «solitudine per pregare» nel padiglione sistemato ad Alençon. Teresa scrive di lui: «Durante le sue visite al Santissimo Sacramento i suoi occhi si riempivano di lacrime e il suo viso esprimeva una beatitudine celeste». Invece Zelia, come dirà la figlia Celina, è «una donna di un’abnegazione totale», la sua pienezza si realizza nel costante dono di sé. Tutto quello che attraversa la sua vita viene accolto, gioito o sofferto attraverso un’offerta continua. «Questi due sentimenti: il dolore e la gioia — afferma — si confondono spesso in me», asserzione che fa comprendere un’assoluta intensità di amore. Infatti «non è la sofferenza in sé, bensì l’amore che la offre» a renderla salvifica. È dunque nel tempo che l’amore umano incontra l’amore di Cristo. Ed è proprio lì che viene purificato dalla presenza amorosa e consolatrice del Buon Dio che se «è Signore della Storia, è anche Signore delle nostre storie».

di Antonella Lumini

EDIZIONE STAMPATA

 

IN DIRETTA

Piazza S. Pietro

23 maggio 2019

NOTIZIE CORRELATE