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Il senso della maternità

· Maria Addolorata e le donne di tutti i tempi ·

Quando durante questa settimana il nostro sguardo si ferma su Maria Addolorata, vediamo una donna che soffre perché donna. Maria non sarebbe mai l’Addolorata se non avesse il corpo senza vita di Gesù tra le braccia. La vera ragione per la quale Maria è afflitta dal dolore sta nel fatto che la carne che tiene tra le braccia è anche la sua. C’erano altri — i suoi discepoli e amici — che hanno sofferto quando videro Cristo soffrire, però la sofferenza di Maria è unica perché è la sofferenza di una donna. I suoi dolori sono il prezzo che ha pagato per la maternità. Come dice Victor Hugo: «Non esiste conforto per una madre che soffre. La maternità non conosce limiti e ragionamenti. La madre è sublime perché è tutta istinto».

Questo ricorda Rachele, la moglie di Giacobbe. Non potendo diventare madre, Rachele comincia a sperimentare l’invidia per sua sorella, e volgendosi a Giacobbe gli dice: «Dammi dei figli, se no io muoio!» (Genesi, 30, 1). Lutero, commentando questo brano dice: «Non mi pare che abbia mai letto qualcosa che assomigli a questa storia. Rachele, tanto desiderosa di avere figli, preferisce la morte alla sterilità» (In Genesim Enarrationes). Dio ha esaudito la supplica di Rachele: dopo la nascita di Giuseppe, è rimasta incinta un’altra volta, ma con un prezzo altissimo, tanto che ha scelto di morire per dare la vita al figlio Benoni (Beniamino). Quando interpreta questo fatto, il profeta dice: «Una voce si ode da Rama, lamento e pianto amaro: Rachele piange i suoi figli, rifiuta d’essere consolata perché non sono più» (Geremia, 31, 15). Qui Rachele rappresenta tutte le madri che piangono i loro figli, anch’essi in un certo senso morti, non sono più. Anche l’evangelista Matteo riferisce il lamento di Rachele per evocare il dolore delle madri che hanno perso i loro figli quando al tempo in cui nacque Gesù, Erode mandò i soldati a uccidere tutti i figli maschi sotto i due anni di età (Matteo 2, 16-18). Il fatto che in questi tre episodi la Bibbia ci dica che la madre rifiuta di essere consolata, ci aiuta a percepire la profondità del dolore della madre che perde un figlio. Di fronte alla tragedia della perdita di un figlio, non ci sono né gesti né parole che possano consolarla; le nostre parole non potrebbero mai lenire quella ferita, perché il dolore della madre è proporzionato all’amore con il quale si lega ai suoi figli.

Tutto ciò lo possiamo applicare alla Madonna. L’evangelista Giovanni non dice niente sullo stato interiore di Maria, e nemmeno ci dice se ella ha pianto quando il corpo di Gesù morto fu posato tra le sue braccia. In un certo senso ha ragione sant’Ambrogio a dire: «Nel vangelo leggo che Maria era lì, però non penso che abbia pianto». Però se ammettessimo che Maria non pianse perché era impassibile, la esalteremmo come gli angeli, e nel contempo la spoglieremmo della sua umanità. Nell’inno Stabat Mater Maria è descritta «in lacrime presso la croce». Come conseguenza della sua maternità, Maria non solo ha pianto per la morte di Gesù, ma è possibile immaginare che, come Rachele, abbia detto: «Rifiuto d’essere consolata perché mio Figlio non è più!».

Per questo non è possibile non ascoltare quelle madri che — come Rachele, come le madri di quanti sono stati trascinati nell’esilio, come le madri dei bambini uccisi da Erode, come Maria Addolorata — oggi soffrono la perdita dei loro figli: le donne che hanno sepolto un figlio ucciso dalla malattia; che non hanno più visto un figlio dopo un incidente stradale; coloro che hanno perso un figlio per via della droga; coloro che hanno perso un bambino per un aborto naturale; coloro che hanno rimosso il bambino dal loro stesso ventre, e oggi non trovano più consolazione; le madri della Siria, che hanno testimoniato la morte dei figli in guerra; la madri africane i cui figli sono annegati nel Mediterraneo mentre cercavano un futuro; quelle che si sono sottoposte a un intervento chirurgico per rimuovere la possibilità della maternità e oggi rimpiangono la loro scelta.

Maria è la madre di Gesù e come ogni madre mantiene il cordone attaccato a suo figlio, anche se egli fisicamente si separa. Il cordone rimane attaccato anche se il figlio muore. Il legame naturale tra la madre e i suoi figli conferma che la maternità è un dono bellissimo. Una volta che la donna diventa madre, rimane madre per sempre. Come scrive Papa Francesco: «Le madri sono l’antidoto più forte al dilagare dell’individualismo egoistico. […] Sono esse a testimoniare la bellezza della vita. Senza dubbio, una società senza madri sarebbe una società disumana, perché le madri sanno testimoniare sempre, anche nei momenti peggiori, la tenerezza, la dedizione, la forza morale. Le madri trasmettono spesso anche il senso più profondo della pratica religiosa: nelle prime preghiere, nei primi gesti di devozione che un bambino impara […]. Senza le madri, non solo non ci sarebbero nuovi fedeli, ma la fede perderebbe buona parte del suo calore semplice e profondo. […] Carissime mamme, grazie, grazie per ciò che siete nella famiglia e per ciò che date alla Chiesa e al mondo» (Udienza generale, 7 gennaio 2015). È da apprezzare che la fecondità e la maternità siano valori che stanno a cuore alla maggior parte del nostro popolo; ma quando la cultura antiumanista solleva la testa, questi valori vanno curati e tenuti a cuore ancora di più, particolarmente quando si diffonde l’opinione che la maternità sia un ostacolo per l’affermazione della donna. C’è odore di narcisismo quando si dice che la maternità è un attentato contro il genio femminile. La donna che vuole promuovere la sua dignità, farebbe molto bene a guardarsi dal rischio di rinunciare alla maternità.

La maternità è una vocazione femminile e se si vogliono fare scelte a favore della donna bisogna aiutare la donna a soddisfare questa vocazione. Come dice san Giovanni Paolo II: «La stessa costituzione fisica della donna e il suo organismo contengono in sé la disposizione naturale alla maternità, al concepimento, alla gravidanza e al parto del bambino, in conseguenza dell’unione matrimoniale con l’uomo» (Mulieris dignitatem, 18). Perciò è un desiderio santo che la donna, come Rachele, aneli ad avere figli. La maternità va aiutata nel rispetto dei principi etici e morali. La maternità possiede un valore sociale, ed è importante che la fertilità sia parte della politica sanitaria ed educativa.

La maternità è un’esperienza del tutto personale e non ha prezzo. Il concetto di maternità surrogata è davvero un’offesa grave alla dignità della donna. Con la scusa del desiderio dei figli, oggi si realizza la possibilità dell’utero in affitto. Ciò non è nient’altro che un fenomeno capitalista e una prostituzione riproduttiva. In aggiunta, la maternità non è solamente biologica, ma si esprime in diversi modi come l’adozione e il fostering. «Adottare è l’atto d’amore di donare una famiglia a chi non l’ha. È importante insistere affinché la legislazione possa facilitare le procedure per l’adozione, soprattutto nei casi di figli non desiderati, al fine di prevenire l’aborto o l’abbandono» (Amoris laetitia, 179).

Un altro aspetto importante, in questo progetto a favore della donna e della vita umana, è fare crescere la cultura della donazione e della generosità. Molte volte, l’egoismo porta l’uomo a essere gretto con la vita. Così le misure sociali a favore dei genitori che fanno nascere nuovi figli non sono un compenso per il fatto che sono diventati madri o padri, ma un’azione di giustizia sociale.

Quando contempliamo Maria Addolorata, in questo momento speciale della sua vocazione materna, ascoltiamo ciò che dice Dio a Rachele: «Trattieni la voce dal pianto, i tuoi occhi dal versare lacrime, perché c’è un compenso per le tue pene. C’è una speranza per la tua discendenza» (Geremia, 31, 16). Il pianto della madre tocca il cuore di Dio e lo spinge a riportare i figli dall’esilio. Il pianto e il dolore di Maria diventano una preghiera di fronte a Gesù Crocifisso, affinché continuiamo ad avere a cuore il dono della maternità, fonte della vita.

di Mario Grech

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20 ottobre 2019

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