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​Il senso della comunità

· Come cambia la pastorale ai tempi dei social network ·

Le relazioni comunitarie al tempo dei social media. Come le tecnologie digitali, da strumento potenziale di frammentazione e isolamento, possano favorire il potenziamento delle relazioni sociali, punto di forza dei contesti comunitari, in primis ecclesiali. 

Una ricerca italiana, promossa dall’Ufficio per le comunicazioni sociali della Conferenza episcopale italiana, dal Centro di ricerca sull’educazione ai media all’informazione e alla tecnologia (Cremit) e dall’associazione dei webcattolici italiani (WeCa) sta attraversando le parrocchie, conducendo un lavoro tra i campanili della penisola.
Il progetto triennale ha iniziato a indagare e a censire le esperienze che utilizzano internet e i social media per analizzare come costruiscono il senso di comunità. Lo studio dedicato alle tecnologie pastorali, condotto sinora attraverso quasi novecento questionari, sessioni di focus group e osservazioni sul campo, punta dritto al concetto di comunità, per scandagliare le buone pratiche e intercettare così lacune e bisogni su un orizzonte di senso, fatto di appartenenza e relazione.
Ma anche una ricerca per capire e leggere meglio il territorio, i suoi bisogni e le strategie comunitarie da poter attivare. «Dai primi risultati emerge, in maniera primaria, un uso strumentale dei dispositivi. Social media e nuove tecnologie vengono cioè utilizzati in primo luogo come mezzi per “fare cose”, per diffondere un messaggio. Meno presente è l’idea dei media come risorsa integrale e culturale» afferma la ricercatrice Alessandra Carenzio.
Nell’indagine sono stati coinvolti operatori, volontari, educatori e membri dei consigli pastorali. La maggior parte di essi è compresa nelle due fasce tra 41 e 50 e tra 51 e 60 anni.
Ma a essere interpellati, come verifica del singolo progetto, sono anche i destinatari dei percorsi attivati. Per Lucia Boccacin, docente di sociologia dei processi culturali all’università cattolica del Sacro Cuore di Milano e responsabile scientifico della ricerca, «le relazioni sociali sono realtà immateriali, più difficili da studiare. L’idea della connessione con i social media sta nel guardare all’innovazione sociale e al potenziamento che le tecnologie possono avere nel costruire i legami. Nei fenomeni degenerativi i social media corrodono le relazioni. Ma partendo dal considerare le relazioni sociali come un patrimonio per la comunità, abbiamo orientato la ricerca su come i social media possano supportare, non disperdere e aiutare a rigenerare il senso della comunità». Una sorta di rinforzo reciproco in realtà, come le parrocchie e le comunità ecclesiali, tra i pochi luoghi contemporanei di relazione intergenerazionale.
Il mondo del web cattolico, in Italia, conserva una lunga tradizione di sensibilità e presenza. Tanto da spingere la Chiesa italiana a sostenere, già nel 2003, un’associazione di webmaster cattolici che riunisse la numerosa galassia dei siti cattolici che avrebbe superato, dopo pochi anni, il traguardo dei diecimila.
La presenza su un continente mediale in continua evoluzione, rende necessaria la costante ricerca di bussole capaci di orientare opportunità e illuminarne i rischi. Ieri come oggi. A farle da potenti magneti, l’insieme dei messaggi per le Giornate mondiali delle comunicazioni sociali la cui rilettura ci restituisce il riflesso di uno sguardo premuroso verso l’uomo, essere in relazione desideroso di «annunciare il Vangelo a tutte le nazioni» (cfr Matteo 28, 19-20). Sullo sfondo di una tale consapevolezza inclusa nella realtà mediale contemporanea, Papa Francesco, nel messaggio per la cinquantatresima giornata mondiale delle comunicazioni sociali, diffuso lo scorso 24 gennaio, in occasione della festa di san Francesco di Sales, illumina il concetto di comunità. Attraverso le sapienti metafore della “rete”, “comunità” e “del corpo e delle membra” introduce così il senso, non di semplice aggregazione, ma di consapevole appartenenza. «Una rete non fatta per intrappolare, ma per liberare, per custodire una comunione di persone libere». Un documento che indica, come attuale punto cardinale, una nuova sfida a cui è chiamata la realtà ecclesiale.
«La ricerca ci sta aiutando a capire che l’attenzione degli operatori va spostata dai dispositivi alle pratiche» afferma Pier Cesare Rivoltella fondatore del Cremit. «Come ha scritto Papa Francesco, in maniera così efficace, per la Giornata mondiale delle Comunicazioni Sociali la sfida sul territorio è il passaggio dalla community alla comunità. Non è sufficiente pensare di essere 2.0 o 3.0 perché vengono utilizzate le tecnologie digitali più aggiornate. Il problema non è essere sugli ultimi social. Perché è sempre necessaria una adeguata riflessione pastorale. Altrimenti resteremmo fermi al “like”, senza alcuna capacità di incidere, in una sorta di narcisismo telematico che chiude in sé stessi e non si apre all’altro».
L’esperienza sul campo della ricerca ha già fornito un primo risultato. «È come se gli strumenti digitali avessero aperto un varco offrendo l’opportunità di riscoprire l’esperienza positiva, come il senso di appartenenza e di legame, che già esisteva a prescindere dai media digitali. Qualcosa che non ricordavano ci fosse, ma sul quale le nuove tecnologie, come una lente, hanno messo a fuoco l’essere comunità». Appena conclusa l’analisi dei dati, delle interviste e delle sessioni di focus group, prevista entro la fine del 2019, verranno raccolte le esperienze positive in una pubblicazione in stile di prossimità e di esempio.

di Fabio Bolzetta

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25 agosto 2019

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