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Il segreto è ascoltarli

· ​Taizé e i giovani ·

Taizé, 3. Aprirsi ai giovani per ascoltarli e condividere con essi la gioia e la certezza della presenza di Dio nella loro vita. Semplice? Non proprio se Paolo vi, nel dicembre 1972, ricevendo in udienza privata fratel Roger, gli chiedeva: «Se lei ha la chiave per comprendere i giovani, me la dia». Quella chiave, rispose al Pontefice il fondatore di Taizé, «vorrei averla, ma non ce l’ho e non l’avrò mai». L’episodio è stato ricordato oggi da Dimitra Koukoura, docente di omiletica al dipartimento di teologia dell’università «Aristotele» di Salonicco, nel suo intervento al seminario teologico internazionale su fratel Roger in corso a Taizé.

Il messaggio da trasmettere è naturalmente la fede, ma la chiave non c’è e il metodo resta indefinito. «La risposta a Papa Paolo vi — ha spiegato la relatrice — era esatta. A Taizé non si applica un metodo specifico per far credere i giovani. Non si adottano sistemi particolari per insegnare nuove strade di accesso alla conoscenza né si tirano conclusioni di un processo intellettuale confermate dall’esperienza, dall’osservazione o dal ragionamento logico». Roger «non ha dato corsi, non ha scritto manuali di teologia sistematica, non ha avuto a che fare con argomenti logici così spesso utilizzati come mezzi di persuasione e arrogante pretesa per provare l’esistenza di Dio. Egli stesso ha seguito le regole monastiche degli eremiti dell’Oriente e la loro metodologia». Questi ultimi «hanno pregato, si sono esercitati come degli atleti, si sono ritirati da tutto ciò che avrebbe potuto distrarli dall’impegno con Dio e si sono abbandonati al silenzio per ascoltare la sua voce che risuona nella loro vita, nella grandezza della natura, nella sofferenza degli uomini. È così che, a tempo debito, essi trasmettono tutto ciò che Dio rivela loro, attraverso la parola e le opere umane. Ciò che è trasmesso, dunque, è l’esperienza spirituale acquisita dalla rivelazione e non la realizzazione della loro razionalità limitata».

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19 maggio 2019

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