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Il segreto di père Foucault

· ​Storia di un vecchio con il cognome di un filosofo alla moda ·

Mi aveva incuriosito fin dal primo giorno, ma non avevo mai osato rivolgergli la parola: la sua mite taciturnità mi metteva soggezione. Per quel suo desiderio di non essere notato, comunque, risultava fra tutti l’unico notevole. Non si univa alle insipide conversazioni della camerata; ma se gli facevano una domanda rispondeva di buon grado, con una premura e una stringatezza invariate, disarmanti. Non rideva più di tanto agli scherzi; ma nemmeno li disdegnava: semplicemente se ne teneva in disparte, senza ostentazione, come se non fosse una questione di volontà e qualcosa di ignoto, di più forte o più antico di lui lo separasse dal comune degli uomini.

Vincent van Gogh, «Vecchio seduto» (1890)

Quando lo distoglievo dal libro, era a lui che rivolgevo lo sguardo; di nuovo a lui, se prima mi capitava di seguire con gli occhi la figura, vistosa e desiderabile, di un’infermiera. Occupava il letto vicino alla finestra; incantato dalla luce, o dai ricordi che per lui solo nella luce fluttuavano, rimaneva seduto ore intere con la faccia rivolta al sole. Per lui, forse, brusivano gli angeli, e lui tendeva le orecchie alla loro musica; ma la bocca non commentava le parole d’oro e di miele, la mano non trascriveva alcun verbo di abbagliante notte. I tigli proiettavano ombre rapide, frementi, sulla sua testa calva e sempre attonita; studiava le mani rozze, il cielo, ancora le mani, e finalmente la notte; si coricava stordito. L’uomo seduto di van Gogh non è più grevemente oppresso dal dolore; ma è più compiacente, patetico, certamente meno discreto.
Si chiamava Foucault, e le infermiere, con la familiarità indelicata, condiscendente ma forse pure caritatevole che è tipica del loro tratto, lo chiamavano «père Foucault». Con il cognome di un filosofo alla moda e di un illustre missionario... anche lui «padre»... appiccicato addosso, il vecchio sembrava ancora più oscuro, e induceva al sorriso. Non ho mai conosciuto il suo nome di battesimo. Proprio da quelle infermiere, da quelle ragazze, insomma, venni a sapere che père Foucault aveva un cancro alla gola. Non si trattava di una forma fatale, per il momento; ma inspiegabilmente il malato si rifiutava di essere portato a Villejuif, dove avrebbero potuto salvarlo: impuntandosi a rimanere in quell’ospedale di provincia, dove le attrezzature erano inadeguate, firmava la sua condanna a morte. Nonostante i numerosi ammonimenti, aveva tutta l’intenzione di rimanere lì seduto, girando le spalle alla morte che si addensava negli angoli d’ombra, rivolto verso i grandi alberi chiari.
In quel rifiuto c’era qualcosa che mi incuriosiva; la resistenza del vecchio, necessariamente, doveva fondarsi su una strenua volontà, e su profondi motivi: occorre ostinazione per sottrarre il proprio corpo agli imperativi medici, a pressioni molteplici e insidiose, sicure di avere la meglio. Ma io pensavo a ragioni banali, come il desiderio di non allontanarsi dai suoi, o a un sentimentale, ottuso radicamento da contadino, atteggiamenti tutti che negli ospedali sono assai frequenti. Invece cominciò presto a trapelare dell’altro; Marianne, grazie alla conversazione telefonica, cui a breve ne seguirono diverse altre durante le quali fece di nuovo da tramite a père Foucault, aveva carpito certi dettagli: pareva che il malato non avesse legami familiari stretti, ma anche che il suo principale, giovane proprietario di un mulino nella vicina campagna, gli volesse un gran bene; questi sembrava soprattutto ansioso di rassicurare il vecchio su un punto a prima vista irrilevante: «aveva debitamente compilato i documenti», e insisteva, nel caso ci fossero da riempire altri moduli, affinché lo avvertissero, in modo da poter essere a Clermont in tempo utile. Poi, dopo che il favore reso ebbe creato tra noi un inizio di dimestichezza (ma da parte sua tanto esitante e parsimoniosa quanto premurosa, intimidita da parte mia), venni a sapere dalla bocca stessa del vecchio che aveva preso moglie quando forse lo chiamavano ancora «il ragazzo Foucault», ma era rimasto vedovo molto giovane, e non aveva figli. Né aveva maggiori legami con un paese d’origine immaginario: nativo della Lorena, garzone di mugnaio in qualche angolo del Midi, alla fine era capitato lì, forse per via di quella smania di muoversi indotta nel popolino da dicerie allettanti e inverificabili, o da una parentela tra datori di lavoro, o da un fortuito caso domestico.
Perché dunque, se non era il trasferimento a spaventarlo, si rifiutava di esser curato con tutti i crismi? Rimaneva dov’era, esile figura appartata che sembrava anticipare la propria scomparsa, e che sarebbe risultata insignificante se non le avessero conferito statura l’indisponente segreto, la nobile assurdità di quella fermezza, la fatalità della scadenza... ciò che il vecchio contemplava era l’arcano schiudersi della morte, popolata o meno di angeli, e gli oggetti del suo sguardo stupito erano colti da un analogo stupore: il profuso cortile con i tigli vibranti, su cui si apriva l’obitorio dai lindi smalti, fuori luogo quanto un lavandino in una sala di rappresentanza, si mutava in un paesaggio esemplare nel quale anch’io sprofondavo. Tutto, perfino il libro che leggevo, era popolato da tanti père Foucault che con sguardo enigmatico, togliendosi il cappello, si facevano ributtare come stracci senza valore ai margini di un viottolo dal «bada, villano! » di un cavaliere borioso e triste, lanciato al galoppo in direzione di Tiffauges con un fanciullo terrorizzato di traverso alla sella; e fra loro uno solo, quello che sembrava il più rassegnato, restava in mezzo al sentiero, il cappello tra le mani umili, guardava il cavaliere avventarsi su di lui bestemmiando e si accasciava per sempre nell’erba, con un sanguinante ferro di cavallo stampato sulla tempia. Anche lui sbarrava la strada ai dottori, non meno deferente dei suoi avi quando passava il tenebroso squartatore vandeano; ai nuovi vivisettori, ma senza piacere o rimorso, questi ultimi, senza rogo all’orizzonte né speranza di riscatto, opponeva un’umile e sorridente protesta; in maniera garbata eppure inflessibile, disdegnava di essere portato dove «il suo bene » imponeva che andasse: di quel «bene», lui era troppo poca cosa per possedere la chiave che altri detenevano, e il cui uso gli additavano come un autentico dovere; eppure non mollava, si sottraeva a quel dovere, si abbandonava corpo e beni a quel peccato capitale, lo spregio per il corpo ed i suoi beni, che per il dogma medico è peggio di un’eresia. 

di Pierre Michon

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23 ottobre 2019

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