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Il segreto di Matrjona

· Il valore della preghiera incessante in un racconto di Aleksandr Solženicyn ·

Perfino il giorno del suo funerale, i vicini di casa non sono teneri con Matrjona; mentre risuonano i lamenti tradizionali della veglia funebre, nella sua isba corrosa dal tempo e dalle intemperie bisbigliano che, in fondo, non è mai stata una brava donna di casa. A differenza delle sue amiche, «non si curava delle masserizie; non era economa; non teneva neppure il maiale, non le piaceva allevarlo, chissà perché; e, stupida, aiutava gli estranei senza compenso» scrive Aleksandr Solženicyn nel bellissimo racconto La casa di Matrjona — contenuto nella raccolta Una giornata di Ivan Denisovič (Einaudi, 1963) — particolarmente caro alla Fondazione Russia Cristiana (che, non a caso, ne ha adottato il titolo come nome e simbolo della sua attività editoriale).

«Persino della sua cordialità e semplicità si parlava con sprezzante commiserazione». Di fronte a questi giudizi negativi, la voce narrante si apre a una visione diversa. «Soltanto allora mi emerse dinnanzi l’immagine di una Matrjona che non avevo compreso, perfino vivendo a fianco a fianco con lei. Davvero! Ogni isba aveva il suo maiale! Ma lei non lo aveva. (…) Non si curava delle masserizie. Non s’affannava a comperare le cose e poi custodirle più della propria vita. Non compresa e abbandonata persino dal marito, estranea alle sorelle e alle cognate, ridicola, pronta a lavorare stupidamente per gli altri senza compenso, essa, che aveva sepolto i sei figli ma non l’indole sua socievole, non aveva accumulato averi per il giorno della morte. Le eravamo vissuti tutti accanto e non avevamo compreso che era lei il Giusto senza il quale, come dice il proverbio, non esiste il villaggio. Né la città. Né tutta la terra nostra».

La conclusione del testo sorprende anche il lettore: «Neanche lui — scrive Enrico Leonardi commentando il racconto di Solženicyn sul web — pur avendo vissuto accanto a Matrjona per tutto il tempo della lettura, si era accorto che era lei il Giusto di cui parla il proverbio e, come il narratore, è spinto a rivedere il suo giudizio, riandando a ritroso nel racconto per farsi un’immagine del personaggio che non aveva compreso».

La vita di Matrjona, apparentemente insignificante, in realtà ha costruito le fondamenta della sua comunità, è la pietra scartata dai costruttori che è stata — per lunghi anni, in mezzo all’indifferenza e, talvolta, anche alla violenta ostilità di parenti e amici — testata d’angolo del villaggio, portatrice (proprio lei, che ha dovuto seppellire sei figli) di una misteriosa fecondità.

Al termine del racconto ci si rende conto che Matrjona stessa, grazie alla sua costante, umile preghiera, è stata la “casa” di tutti. Viene in mente proprio la sua storia ascoltando le parole che Papa Francesco ha dedicato al Discorso della montagna e al valore della preghiera incessante durante l’udienza del 2 gennaio scorso, usando spesso metafore “edilizie”.

«L’esordio è come un arco decorato a festa: le Beatitudini — Gesù incorona di felicità una serie di categorie di persone che nel suo tempo — ma anche nel nostro! — non erano molto considerate. Beati i poveri, i miti, i misericordiosi, le persone umili di cuore. Questa è la rivoluzione del Vangelo (...) Tutte le persone capaci di amore, gli operatori di pace che fino ad allora erano finiti ai margini della storia, sono invece i costruttori del Regno di Dio». Da questo portale d’ingresso, che capovolge i valori della storia, continua papa Francesco, nasce la novità più dirompente del Vangelo.

«Ecco il grande segreto che sta alla base di tutto il discorso della montagna: siate figli del Padre vostro che è nei cieli. Apparentemente questi capitoli del Vangelo di Matteo sembrano essere un discorso morale, sembrano evocare un’etica così esigente da apparire impraticabile, e invece scopriamo che sono soprattutto un discorso teologico. Il cristiano non è uno che si impegna a essere più buono degli altri: sa di essere peccatore come tutti. Il cristiano semplicemente è l’uomo che sosta davanti al nuovo Roveto Ardente, alla rivelazione di un Dio che non porta l’enigma di un nome impronunciabile, ma che chiede ai suoi figli di invocarlo con il nome di Padre».

Non ha bisogno di niente il nostro Dio, conclude Francesco: «Nella preghiera chiede solo che noi teniamo aperto un canale di comunicazione con Lui». Per tutta la vita, Matrjona non ha mai distolto lo sguardo dal roveto ardente del mistero di Dio. Questa semplice donna del popolo, scrive Leonardi, non rappresenta solo la Russia, la sua tradizione, le sue terribili tragedie e sofferenze. Matrjona, che accende le lampade davanti alle icone e incomincia tutte le sue azioni con un’invocazione al Creatore, raffigura Cristo nella vita e nella morte offerte a tutti come un sacrificio. Sembra un’affermazione esagerata al lettore che la pensa un po’ come i compaesani di Matrjona. Ma non è questo, tanto spesso, il giudizio che gli uomini danno anche della vita e del sacrificio di Cristo?

Quello che tutti rifiutano e disapprovano è proprio il Giusto che permette al mondo di “esistere”. «D’altra parte — continua Enrico Leonardi — il racconto non è intitolato a Matrjona, ma alla sua casa, una costruzione antica e solida, fatta per una grossa famiglia, sebbene ora sconnessa». E, non a caso, il narratore, dopo aver girato tutte le isbe del villaggio, capisce che quello è l’unico posto dove desidera abitare.

«La preghiera cambia la realtà, non dimentichiamolo — ha ribadito Papa Francesco all’udienza di mercoledì —. Se non cambiano le cose attorno a noi, almeno cambiamo noi, cambia il nostro cuore (...). È come vedere ogni frammento del creato che brulica nel torpore di una storia di cui a volte non afferriamo il perché».

di Silvia Guidi

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16 ottobre 2019

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