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Il seggio della speranza

· L’elezione di Aung San Suu Kyi potrebbe aprire le porte a un allentamento delle sanzioni contro il Myanmar ·

Il leader dell’opposizione in Myanmar e premio Nobel per la pace, Aung San Suu Kyi, ha salutato «l’avvento di una nuova era» e fatto appello all’unità politica dopo che il suo partito, la Lega nazionale per la democrazia (Lnd), ha rivendicato la vittoria nelle elezioni suppletive di domenica. «È l’inizio di una nuova era», ha detto in un discorso tenuto nel quartier generale dell’Lnd, di fronte ai sostenitori che hanno festeggiato per tutta la notte il risultato elettorale. «Non è tanto il nostro trionfo — ha precisato Aung San Suu Kyi, che ha trascorso gran parte degli ultimi vent’anni agli arresti domiciliari — ma quello di coloro che hanno deciso di partecipare al processo politico del Paese».

Per i dati definitivi servirà comunque attendere alcuni giorni: dalle autorità non è arrivata ancora nessuna conferma ufficiale, e la tv statale — rileva l’agenzia Ansa — non ha praticamente coperto la giornata elettorale nelle sue trasmissioni. Prima di rivendicare il successo, l’opposizione aveva denunciato irregolarità diffuse: elettori respinti perché non registrati, schede con un segno di cera che rendeva difficoltoso, o a volte impossibile, votare per l’Lnd, presenza di funzionari del Governo nei seggi.

Secondo gli osservatori stranieri giunti nel Paese su invito — seppur all’ultimo minuto — delle autorità, le irregolarità sarebbero tuttavia dovute più all’inesperienza (nel Paese non si è votato per oltre venti anni) che alla cattiva fede. «Non ho notizie di niente di serio», ha commentato il segretario generale dell’Asean, l’Associazione dei Paesi del sudest asiatico, mentre un’osservatrice dell’Ue ha evidenziato segnali incoraggianti.

La Lega nazionale per la democrazia ha comunque rivendicato la conquista di almeno 43 dei 44 seggi in cui il partito si presentava in questo importante voto, considerato un decisivo banco di prova dell’autentico slancio riformatore del nuovo Governo civile, che sostanzialmente ha sostituito, circa un anno fa, la Giunta militare, al potere da quasi mezzo secolo.

«Ciò che è importante — ha detto Aung San Suu Kyi davanti a una folla festante — non è il numero dei seggi vinti, anche se ovviamente siamo estremamente soddisfatti di aver conquistato tanto, ma il fatto che le persone mostrino tanto entusiasmo nella partecipazione al processo democratico». «Ci auguriamo che tutti i partiti che hanno preso parte a queste elezioni siano in grado di collaborare con noi per creare un clima realmente democratico nel nostro Paese», ha aggiunto il premio Nobel per la pace, che si era candidata in un collegio elettorale rurale a sudovest dell’ex capitale, Yangoon, dove secondo dati dell’Lnd avrebbe ottenuto il 99 per cento dei voti.

Nelle elezioni suppletive di ieri erano in lizza 45 seggi, circa il 10 per cento del Parlamento. Trentasette per la Camera bassa (che conta 440 rappresentanti), sei per quella alta e due nelle Assemblee regionali. Anche se dovesse essere confermata, la netta affermazione della Lega nazionale per la democrazia è comunque in grado solo di scalfire la granitica maggioranza in Parlamento del Partito della solidarietà e dello sviluppo dell’unione (Usdp), la formazione politica di regime nata dalle ceneri dell’ex Giunta militare, che ha guidato dal 1962 il Myanmar con il pugno di ferro. Nelle elezioni del novembre del 2010 (boicottate da Aung San Suu Kyi, all’epoca ancora agli arresti domiciliari, e dal suo partito, poi disciolto) l’Usdp conquistò l’80 per cento dei seggi. Inoltre, in base alla nuova Costituzione, il 25 per cento dei deputati appartiene di diritto al Partito della solidarietà e dello sviluppo dell’unione.

In attesa dei risultati ufficiali, la comunità internazionale ha però salutato i passi avanti compiuti dal Paese del sudest asiatico. «È troppo presto per giudicare il significato dei progressi compiuti negli ultimi mesi e se essi continueranno», ha infatti detto il segretario di Stato americano, Hillary Clinton. Le elezioni suppletive, dove per la prima volta sono stati invitati osservatori occidentali, sono infatti viste come un banco di prova per accertare la volontà del presidente, Thein Sein, di proseguire sulla strada delle riforme. Dopo le recenti aperture democratiche, che oltre alla pace con i gruppi ribelli hanno portato anche alla scarcerazione di centinaia di prigionieri politici — tra cui la stessa Aung San Suu Kyi — l’Unione europea ha alleggerito le restrizioni alla libertà di movimento di alcuni ufficiali dell’ex regime militare, per premiare la svolta decisa dal presidente Thein Sein.

L’esito della tornata elettorale potrebbe inoltre portare grossi benefici economici a tutto il Myanmar. Diversi osservatori occidentali hanno sottolineato come ora le sanzioni finanziarie imposte dagli Stati Uniti e dall’Ue potrebbero essere almeno allentate — soprattutto se, dopo l’esito delle suppletive, le aperture democratiche e le riforme non subiranno una drastica marcia indietro — portando alla ex Birmania quegli investimenti in infrastrutture, energia e turismo di cui l’economia nazionale ha estremamente bisogno. Tanto che, qualche giorno fa, anche il premio Nobel per l’Economia, Joseph Stiglitz, ha evidenziato al giornale spagnolo «El País» come «buona parte delle sanzioni internazionali oggi appaiano controproducenti, ostacolando uno sviluppo economico trasparente e ancora segnato dalla corruzione». Insomma, per gli analisti saranno molteplici e di ampio respiro gli effetti del ritorno in Parlamento di Aung San Suu Kyi e della vittoria del suo partito politico. Ex militari permettendo.

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