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Il Savanarola del Cinquecento

· ​Nuovi studi sul predicatore senese Bernardino Ochino ·

Una xilografia della fine del xv secolo raffigurante una predica

Bernardino di Domenico Tomassini da Siena detto Ochino fu il maggior predicatore italiano della prima metà del Cinquecento, tanto che alcune sue predicazioni rimasero memorabili: così a Roma nel 1535 e nel 1536, come anche a Napoli nel 1537. Testimonianza eloquente del suo successo fu il giudizio di Pietro Aretino, che ritenne Ochino «l’onor de la nostra Italia», garantendo che tutti i suoi discorsi erano «orditi di misericordia, di salute e di remissioni (...) E buon per le nostre anime — esclamava ancora il caustico intellettuale scrivendo a Giustiniano Nelli il 20 marzo 1539 — se di sì fatti sacerdoti si udisse nei pulpiti»: una lode tanto più rimarchevole qualora si consideri che proveniva da un uomo che non aveva certo nessun ritegno a dir male dei potenti.
Scriveva ancora l’Aretino: «In lui [Ochino] è forza di eloquenza, grazia di dire, profondità di scienzia, eleganzia di lingua, suono di voce, grado di fama, maestà di presenza, nobiltà di patria, lodi di vita, providenza di etade e sincerità di animo (…) Come risplende lo Evangelo, intessuto con il cristiano de le sue digressioni!».
Ochino, che Roland Bainton definì il “Savonarola del Cinquecento”, nacque a Siena nel 1487: forse già nel 1503-1504 entrò — sulle orme del suo illustre e santo concittadino Bernardino degli Albizzeschi — tra i frati minori dell’Osservanza nel convento cittadino detto della Capriola. Ricostruirne l’esistenza prima del 1534, prima cioè del suo passaggio tra i cappuccini, è però impresa ardua e anche dopo quella data molti passaggi restano oscuri: nel 1542, infatti, dopo essere stato rieletto alla guida della giovane famiglia religiosa nella quale era entrato alcuni anni prima, Ochino fuggì dall’Italia, abbandonando la Chiesa cattolica, per recarsi nella Ginevra di Giovanni Calvino. Neppure negli anni successivi alla sua apostasia ebbe però pace e fu invece costretto a una serie di esodi per l’Europa, fino ad approdare nella Moravia degli antitrinitari, dove si sarebbe spento ormai vecchio, nel 1564, in circostanze ancor oggi nebulose.
Non possiamo perciò non rilevare l’importanza della monumentale monografia che a tale personaggio — «forse il più importante dei riformatori italiani» (Delio Cantimori) — dedica ora Michele Camaioni, studioso ancor giovane, ma veterano già di studi ochiniani per tutta una serie di saggi pubblicati nelle più importanti riviste scientifiche (Il Vangelo e l’Anticristo. Bernardino Ochino tra francescanesimo ed eresia [1487-1547], Società Editrice Il Mulino, 2018).
Come si evince dal titolo, Camaioni si concentra soprattutto sulla prima fase della vita di Ochino, quella vissuta in seno alla Chiesa cattolica, ricostruendone — con l’ausilio di una documentazione inedita o poco nota e con una conoscenza invidiabile della bibliografia antica e moderna — i passaggi nodali, dalla fase osservante a quella cappuccina, per terminare infine con i primi anni trascorsi nel mondo Riformato tra Ginevra e Augusta, quando Ochino si propose d’ispirare una Riforma italiana contando sull’appoggio di prìncipi e città tra i più restii ad accettare il potere temporale del Papa.
Più volte mi sono chiesto la ragione del successo di Ochino, per giungere infine a credere che avesse visto giusto proprio l’Aretino. Sì, faceva risplendere il Vangelo! La stessa ragione che — almeno a dire di uno dei corrispondenti di casa Gonzaga — fu alla base del successo della predicazione romana del 1535: “Predica li evangieli”. Non esagerava quindi Bernardino da Colpetrazzo nell’asserire che la novità della predicazione cappuccina consisteva nel fatto che essa si basava su «i comandamenti de Dio, l’Evangelio e la Scrittura sacra», ciò che «dette gran stupore a tutta la cristianità, perché era un predicar nuovo, e con tanto fervor che infocavano ogn’uno. Imperoché in quel tempo non se predicava se non le questioni di Scoto e di S. Thomaso, e nel principio sempre recitavano un sogno, dicendo: questa notte mi pareva, etc. Predicavano la filosofia, le fabule d’Hisopo e sempre all’ultimo cantavano alcuni versi del Petrarca o del’Ariosto».
Predicatore evangelico, dunque, Ochino.
Ma perché un uomo come lui, che poteva diventare un nuovo san Bernardino, apostatò? Sin dagli inizi la questione ha inquietato molti, né si è mai trovata una spiegazione concorde; è significativa, in proposito, l’oscillazione tra i primi due cronisti cappuccini: Mario da Mercato Saraceno, infatti, senza alcuna titubanza lo ritenne mosso da una sfrenata ambizione; a suo giudizio, Ochino sarebbe entrato tra i cappuccini, «non havendo l’ambitioso potuto ottenere il Generalato nella Religione de Padri Zoccolanti», quindi, «con astuto e secreto modo» avrebbe cominciato a tramare per «procurarsi insino dal principio della sua venuta» il primato tra i cappuccini.
Bernardino da Colpetrazzo, invece, dissentì apertamente da una simile valutazione: «E ci fu — scrisse — chi disse che per non poter esser cardinale s’era partito per sdegno. Io credo che sian tutte favole che lui appetiva honori, lui n’haveva più che non ne voleva; e se appeteva favori, egli haveva tutta l’Italia in pugno».
Tuttavia, sin dalla travolgente predicazione napoletana del 1537 si ebbero le prime denunce contro di lui da parte dei teatini, che già da tempo lo tenevano sott’occhio.
Negli anni successivi, attraverso un itinerario tormentato, Ochino aderì progressivamente alla teoria della giustificazione per sola fede, che poi avrebbe esposto nelle sue prime prediche a Ginevra nel 1542.
Parallelamente, la sua predicazione era comunque ancora contesa da tante città. Fino a un certo momento egli riuscì a rimanere sulla soglia, ma dopo il fallimento dei colloqui di Ratisbona nel 1541 — quando il cardinale Contarini tentò un accordo dottrinale con i protestanti — e l’istituzione del Sant’Uffizio nel 1542, egli lesse la sua convocazione a Roma in quello stesso anno come il preludio di una condanna. Fu allora che decise di passare il Rubicone, fuggendo alla volta di Ginevra, dove peraltro non trovò pace; cominciò quindi a vagare ramingo per mezza Europa, fino a morire — dice Camaioni — «eretico di tutte le fedi e precursore, suo malgrado, delle moderne idee di tolleranza e libertà religiosa».
Di quest’esistenza tormentata Michele Camaioni ha ora sciolto diversi nodi e certo in futuro non si potrà affrontare l’argomento prescindendo dal suo lavoro.

di Felice Accrocca

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20 settembre 2019

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